No a 10, 100, 1000 Pomigliano
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Cina, scioperi e media. Imprese avvertite - Caso Honda e informazione. Perché il governo non è intervenuto per mettere il bavaglio ai media? È possibile che si tratti di un avvertimento alle imprese straniere. È il momento di cambiare: non più tagli e corsa al ribasso, ma maggiori tutele e aumenti salariali. Le notizie di scioperi che si svolgono in Cina ci incoraggiano in questo momento di attacco ai diritti dei lavoratori, in Italia, a rilanciare la necessità che gli stessi lavoratori di tutto il mondo siano uniti. E' un dovere che ci sia un'azione mondiale concertata di tutti i sindacati. Unità nella diversità nel movimento sindacale , ma unità, nel dire no ad ogni sconto al capitale perchè ciò è indispensabile ad impedire la guerra fra poveri. Fra poveri lavoratori e fra paesi di lavoratori. Alla globalizzazione del capitale deve contrapporsi l'unità mondiale dei lavoratori, la globalizzazioine del sindacato (im). leggi tutto
di Ivan Franceschini da rassegna.it 23 giu 2010 - Dopo il caso dei suicidi in serie alla Foxconn, in questi giorni i media internazionali stanno dedicando particolare attenzione a un'altra storia che coinvolge i lavoratori cinesi: lo sciopero dei dipendenti degli impianti Honda in Cina. Tutto è iniziato il 17 maggio, quando i dipendenti della fabbrica di Foshan sono entrati in sciopero per richiedere un aumento salariale che portasse i loro stipendi da 900-1500 yuan a circa 2000-2500. In seguito alle promesse dei manager lo sciopero è stato revocato,ma la rabbia dei lavoratori si è riaccesa il 24 maggio, quando l'azienda ha dischiuso un piano di aumenti salariali ampiamente inferiore alle aspettative dei lavoratori. Nei giorni successivi i 4 impianti della Honda in Cina hanno bloccato la produzione, con centinaia di lavoratori che gridavano slogan come "se le nostre richieste non saranno accolte, sciopereremo fino alla fine".
L'azienda ha immediatamente cercato di spezzare il fronte degli scioperanti, intimidendo le fasce più deboli, in particolare gli stagisti inviati dagli istituti professionali, e minacciando di licenziamento i leader operai. Il sindacato aziendale, espressione del sindacato ufficiale All-China Federation of Trade Unions, è stato chiamato in causa dai dirigenti per convincere i lavoratori a riprendere la produzione. L'apice della tensione è stato toccato il 31 maggio, quando nell'impianto di Foshan si è arrivati a uno scontro fisico che, abbastanza singolarmente, ha visto contrapposti lavoratori e sindacalisti, questi ultimi a quanto pare impegnati a fotografare i partecipanti allo sciopero. Lo scontro, avvenuto a più riprese, si è concluso solo il 2 giugno, in seguito alla decisione dell'azienda di alzare del 24 per cento i salari dei dipendenti.
Contrariamente a quello che si pensa comunemente, il ricorso all'arma dello sciopero è piuttosto diffuso nelle fabbriche cinesi e spesso gli scioperanti riescono a raggiungere, almeno in parte, i loro obiettivi. Per citare le cifre, seppur datate, riportate da uno studio dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali pubblicato nel 2005, nel 2003 hanno avuto luogo circa 58.000 incidenti di massa: degli oltre 3 milioni di persone coinvolte, il 46,9 per cento erano lavoratori o pensionati. Il caso della Honda presenta però alcune caratteristiche particolari. In primo luogo si tratta di una mobilitazione che, pur limitandosi a un solo impianto, ha innescato una reazione a catena in diverse fabbriche e ha rischiato di allargarsi a macchia d'olio tra lavoratori in località completamente differenti. È una dinamica estremamente rara in Cina, dove il Partito guarda con preoccupazione a qualsiasi movimento con una base più ampia della singola impresa.
In secondo luogo la storia è stata ampiamente riportata dai media nazionali, fatto notevole se si considerano gli effetti galvanizzanti che questo potrebbe avere sui lavoratori e le relative conseguenze per la stabilità sociale. In terzo luogo il sindacato non si è limitato a giocare un ruolo di mediatore in questa storia, ma è sceso apertamente in campo a favore dei datori di lavoro, arrivando persino ad aggredire i manifestanti. Queste, ben prima che la forte reazione da parte dell'azienda, sono le ragioni dell'unicità di questa storia.
Restano aperti dei dubbi: perché si dà risalto a quanto avviene in imprese straniere di primo piano come Foxconn e Honda? Perché il governo in questi casi non è (ancora) intervenuto per mettere il bavaglio ai media? La possibilità è che si tratti, come spesso accade, di un avvertimento alle imprese straniere che operano in Cina. Dopo le lunghe polemiche seguite all'entrata in vigore della nuova legge sui contratti di lavoro nel 2008, dopo che la crisi finanziaria ha demolito buona parte dei progressi degli ultimi anni negli standard lavorativi cinesi, forse si tratta di un segnale con cui lo Stato avverte che è il momento di cambiare: non più tagli e corsa al ribasso per attirare investimenti, ma maggiori tutele e aumenti salariali.
In questo forse pesa la consapevolezza delle autorità sul fatto che, senza una crescita dei salari, sarà difficile stimolare quella domanda interna tanto necessaria allo sviluppo del paese. Lo stesso discorso vale naturalmente per il caso Foxconn ove, in seguito ai suicidi dei lavoratori e all'attenzione dei media, l'azienda ha deciso di concedere ai lavoratori un aumento salariale del 20 per cento. Poco importa se sindacati aziendali o governi locali oppongono resistenza, vincolati all'obbligo di attrarre investimenti per garantire lo sviluppo economico delle aree sottoposte alla propria amministrazione. Il fatto stesso che la vicenda appaia con tanta enfasi sui media dimostra come i livelli più elevati della politica vi prestino un'attenzione particolare.{jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Giovedì 01 Luglio 2010 19:27)







