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Assemblea annuale dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra

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Roma 4 luglio 2009 Relazione di Piero Di Siena - Esame del voto, analisi delle forze in campo, proposte per la sinistra, scelte di lavoro. Piero Di Siena (91.42 kB)   Dopo la nuova negativa prova data dalle liste di sinistra nell’appuntamento delle elezioni europee c’è chi, anche a sinistra, s’interroga più o meno apertamente se il processo di ricostruzione della sinistra italiana non debba essere condotto all’interno del Partito democratico. E ciò nonostante il travagliato avvio di quel partito e le difficoltà enormi che ha incontrato nel suo breve cammino. E’ un quesito che ad esempio si è posto in un suo articolo sul Manifesto Paul Ginsborg il 26 di giugno, proprio nel giorno in cui molti di noi, e lui con noi, sul tema della crisi economica e sui suoi effetti sulla democrazia, s’interrogavano su come definire una nuova autonoma piattaforma della sinistra.
E’ una questione che merita una risposta chiara. E’ mio parere che il PD, in quanto tale, e in tutte le componenti che oggi si confrontano in vista del congresso di quel partito, non può essere in nessun caso uno dei luoghi  di un progetto che si ponga il problema di ricostruire la sinistra nel nostro paese. Ciò naturalmente non significa che il PD non resti per la sinistra il principale interlocutore per la costruzione di un nuovo centrosinistra, e che il progetto di ricostruire la sinistra non debba guardare con spirito aperto al mondo – elettorato, culture, gruppi dirigenti – che il PD raccoglie oggi e esprime. Ma se ricostruire la sinistra significa non tanto ribadire le ragioni e persino i valori del movimento operaio del secolo scorso, insomma rinnovare una tradizione, bensì dare un’autonoma rappresentanza politica al mondo del lavoro dell’età della globalizzazione, che non l’ha mai avuta, il PD non può essere un luogo di questo progetto. Non tanto perché esso nasce dalla fusione di due tradizioni politiche – quella postcomunista e quella del cattolicesimo democratico -, ma perché il PD è una formazione politica interclassista, e che tale vuole rimanere, per la quale “riformismo” significa anche che il mondo del lavoro della nostra epoca, quello del capitalismo globalizzato, non possa esprimere una sua autonoma rappresentanza politica. E anzi che ciò non sia nemmeno desiderabile per il suo stesso interesse.

Noi invece qui questo obiettivo- che ha animato tutta la storia della nostra associazione e che abbiamo posto con particolare forza a partire dal seminario di Orvieto del 2006– intendiamo ribadirlo. Perché partiamo dalla valutazione di un dato oggettivo, da un giudizio sui caratteri della nostra epoca, che del resto da qualche tempo si fa strada nel dibattito a sinistra facendo giustizia delle innumerevoli dissertazioni sulla fine della centralità del lavoro che hanno accompagnato il trionfo del neoliberismo fino alle soglie della crisi attuale.
Mi riferisco al fatto che, mai come oggi, il lavoro che nasce all’interno dei rapporti di produzione e di riproduzione del capitalismo è stato così diffuso su scala mondiale, a cominciare da quello operaio, legato allo sviluppo dell’industria manifatturiera nei paesi emergenti dell’Asia, e in parte dell’America latina.  Cioè mai il lavoro ha raggiunto pari livelli di universalizzazione, e mai come oggi il fatto che esso prenda “coscienza di sé” (come si sarebbe detto un tempo), che si dia appunto nelle diversi parti del mondo una rappresentanza politica autonoma - attraverso percorsi e una costruzione della propria identità per tanti aspetti allo stato delle cose imprevedibili - è essenziale al fine del superamento di quelle contraddizioni che segnano l’insostenibilità ambientale e sociale dell’economia-mondo attuale. Voglio dire che se mai vi sono state condizioni oggettive che possono dare senso all’aspirazione acché il lavoro salariato liberando se stesso liberi tutta l’umanità mai esse sono state così grandi come nell’epoca attuale. E’ questa la ragione per cui tale aspirazione può e deve tornare a essere idea regolativa dell’agire politico. Rapporto tra i sessi, tra crescita e ambiente, tra libertà e uguaglianza, su cui da tempo a sinistra ci s’interroga, più che questioni nuove che si aggiungono alla contraddizione capitale lavoro, sono la dimensione nuova entro cui si manifesta la contraddizione tra capitale e lavoro, in un quadro segnato da un capitalismo che afferra e subordina a sé il senso stesso del’esistenza umana.
Le ragioni di una nuova sinistra, in ogni parte del pianeta, e quindi anche da noi, devono partire da qui, da questo giudizio sulla struttura del mondo, da questa valutazione generale della fase che attraversiamo.
Le opportunità per questa impresa sono enormi. Il mondo sembra meno votato alla catastrofe di quanto potesse sembrare nell’era di Bush, quando l’umanità sembrava sospinta dalla più grande potenza sul piano inclinato di ua guerra mondiale. Lo dice la vittoria di Obama e il modo nel quale la nuova amministrazione americana tenta di ridisegnare i rapporti tra gli USA e il resto del mondo, sia pure con vischiosità, incertezze e contraddizioni che derivano dall’eredità del recente passato. Lo dice il sussulto democratico che attraversa un grande paese come l’Iran, Lo dice la ricca e complessa costellazione politica che caretterizza realtà come l’America latina e l’India.
Non mi sfugge, tuttavia, che questa impostazione, l’assunzione di questa prospettiva generale entro cui collocare il progetto di ricostruzione di una sinistra politica, mette a nudo tutte le difficoltà dell’impresa. Nel corso dei due secoli che abbiamo alle spalle il movimento operaio in Europa ha potuto costruire la sua soggettività politica presentandosi quale parte integrante della civilizzazione europea, come l’erede più autentico del processo di secolarizzazione che aveva accompagnato la genesi del capitalismo. Movimento operaio e democrazia hanno proceduto di pari passo, e insieme hanno dovuto misurarsi con i “mostri” che si producevano nel loro seno, come le pulsioni totalitarie che hanno accompagnato nel novecento l’ingresso delle masse nella politica e nello Stato.
Oggi, il fatto che le economie guida dello sviluppo capitalistico inglobano realtà esterne all’occidente, come quella cinese e indiana, le quali si sono riorganizzate – dopo la fine del colonialismo e la crisi del comunismo mondiale – attorno a culture e a processi di civilizzazione innervati di dispotismo orientale o di fondamentalismo religioso, rendono molto problematica e complessa la ripresa su scala globale di una lotta che restituisca al lavoro la funzione di emancipazione di sé e dell’umanità intera. Qual è, insomma, il sistema di valori progressivo fuori dall’Occidente che possa alimentare un cammino di libertà che scaturisca dall’emancipazione del lavoro salariato?
E’ questo problema che riassegna di nuovo soprattutto all’Europa, al suo mondo del lavoro, il compito di trovare il bandolo per ricostruire una nuova sinistra all’altezza dei problemi e delle contraddizioni del capitalismo globale. Ciò potrà essere possibile, tuttavia, a patto che si sia consapevoli di essere parte di un processo globale che impone di riarticolare obiettivi e funzione. Si ritorna, dunque, alla sinistra europea e al ruolo dell’Europa, di quella parte del mondo in cui il movimento operaio e il socialismo sono nati, e in un certo senso sono rimasti circoscritti, se si fa eccezione della fallimentare esperienza, almeno nei suoi esiti, del comunismo mondiale.
L’Europa è un continente a rischio: a rischio di emarginazione a seguito dei processi di ristrutturazione economica e geopolitica prodotti dalla crisi, che vedranno Cina e India consolidare il loro primato sulla scena mondiale; a rischio di tenuta democratica come dimostrano l’affermazione di tendenze xenofobe e populiste quale risposta alle difficoltà prodotte dalla crisi che in Italia, per di più, sono saldamente insediate nella compagine di governo e trovano nello stesso presidente del Consiglio, nella sua cultura politica, nel suo stile di vita da satrapo orientale, la maggior espressione; a rischio di declino economico se i suoi governi non riescono a individuare una nuova politica economica che ridisegni ruolo e funzione dell’ Europa nella divisione internazionale del lavoro che emergerà dalla crisi.
Per queste ragioni la ricostruzione della sinistra in Europa deve trovare la sua ragion d’essere nella rappresentazione di una forza lavoro che prende coscienza di essere parte di un lavoro ormai globalizzato, di essere una parte i cui nessi con il tutto sono inscindibili. Ma ciò a nostro parere non può che procedere di pari passo con la costruzione di un nuovo centrosinistra europeo, che si fondi sul fatto che, per fronteggiare la crisi l’Europa ha bisogno di un nuovo compromesso tra capitale e lavoro, diverso nei contenuti, ma della stessa portata di quello che a partire dal secondo dopoguerra ha portato alla costruzione dello stato sociale e delle tutele per il mondo del lavoro che abbiamo conosciuto in Europa, che abbia al centro un nuovo modello economico in cui redistribuzione del reddito, compatibilità ambientale, investimenti in sanità e istruzione, e rapporto tra pubblico e privato fondato su una politica dei beni comuni, innovazione di prodotto dell’industria europea a partire dal settore dell’auto e della mobilità collettiva ne diventino i fondamenti.


Ultimo aggiornamento (Giovedì 09 Luglio 2009 17:52)

 

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