Dibattito

La festa della Repubblica segna la “crisi di regime”

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Vita Politica - Dibattito

di Fulvio Lo Cicero, da Dazebao.org 1 giu 2010 - 2 giugno 2010. La festa della Repubblica segna la "crisi di regime". Le aspirazioni e il disegno prefigurato dal referendum istituzionale del 1946 rischiano oggi di frantumarsi nelle convulsioni del berlusconismo e di una destra che promuove l'esclusione e le divisioni sociali.

La democrazia del 2 giugno

I risultati del referendum del 2 giugno 1946, per quanto contestati dai fedelissimi della Corona, furono chiari: dopo il criminale ventennio fascista – avallato da un re sciagurato che aveva gettato l'Italia nel fango delle leggi razziste contro gli ebrei e nella più sanguinosa guerra mai combattuta – i cittadini italiani volevano voltare pagina. Da un lato la Democrazia Cristiana tutelò le libertà civili ispirate ad un modello occidentale di sistema politico, dall'altro le forze di sinistra, e soprattutto il Pci, che guardavano, invece, con interesse all'esperienza sovietica, garantirono insieme la specificità della democrazia italiana. Lo stesso Palmiro Togliatti comprese che una rivoluzione comunista, nel nostro Paese, sarebbe stata improponibile e fu per questo motivo che privilegiò la scelta parlamentarista. Ma a questa scelta doveva associarsi un'adesione convinta al modello prefigurato da Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu già nel XVIII secolo, dove il vero spirito "liberale" è assicurato dall'indipendenza dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario e la monarchia risultava un impaccio, un retaggio troppo ancorato al passato, anche all'esperienza dello Statuto albertino, dove il re aveva poteri sul Governo e un Senato di sua nomina. Molti dei nostri padri costituenti avevano letto e riflettuto su un'opera capitale del pensiero politico: " La democrazia in America" dell'aristocratico liberale francese Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville e ne avevano tratto la convinzione che il sistema italiano dovesse imperniarsi sui medesimi "pesi e contrappesi": l'uguaglianza nelle condizioni di partenza, la coesione sociale, la libertà economica, poteri istituzionali autonomi e rispettosi dell'autonomia degli altri. La sinistra, desumendo dall'esperienza sovietica il ruolo dello Stato nel sistema economico, ritenne che settori vitali della produzione potessero essere, o originariamente o per derivazione, assunti dalla macchina statale (ed è così che prese forma l'articolo 43 della Costituzione).

La partitocrazia e la degenerazione del sistema politico

Ciò che era impossibile prevedere per un ceto politico che, in buona parte, aveva sofferto la dittatura mussoliniana, fu la sostanziale degradazione del sistema partitico. Per la generazione dei De Gasperi e dei Togliatti, di Nenni, Calamandrei, Moro, Terracini, Pertini, il partito era l'unica garanzia delle libertà civili, come suggerivano le esperienze straniere (soprattutto la Francia, alla quale si ispirarono molti esponenti della sinistra e parte dei cattolici democratici). Non era un caso che le leggi fascistissime del 1926 avevano colpito soprattutto partiti e sindacati, individuando in essi il nucleo fondamentale delle libertà politiche ed economiche di una moderna democrazia industriale.

L'ancoraggio al sistema occidentale, la nascita e lo sviluppo del cosiddetto "Fattore K" (cioè il Kommunism sovietico), emerso in un famoso articolo di Alberto Ronchey della fine degli anni Settanta, al quale si attribuiva l'impossibilità di un'alternanza di governo, il consolidamento del potere democristiano subito dopo l'ascesa del "doroteismo" in funzione di netta chiusura nei confronti della sinistra, si concretizzarono in una progressiva e funerea capitalizzazione economica del potere politico e la funzione del partito assorbì ben presto quella di catalizzatore degli interessi economici di determinati potentati, di centri di potere occulto, di massonerie segrete.

Dalla prima alla seconda Repubblica

L'agonia di quella che è stata definita eufemisticamente "l'età della transizione", cioè il passaggio fra prima e seconda Repubblica (anni 1992-94) ha finito per caratterizzarsi nell'assunzione di responsabilità di Governo da parte di un ceto non più politico ma direttamente imprenditoriale. L'ascesa del berlusconismo, da un lato, e della Lega, dall'altro, sono spiegabili in un quadro di compatibilità economiche finalizzate a promuovere direttamente gli interessi dei potentati, invece che affidarli alla mediazione del ceto politico. Anche se le istanze leghiste sono più di segno politico, esse comunque hanno finito per trasfondersi negli interessi del ceto berlusconiano e nelle sue necessità di autopromozione economica e di tutela dai rigori giurisdizionali. Nulla di più sideralmente lontano dalle aspirazioni del 2 giugno 1946 ma anche dall'intera storia repubblicana. In altri termini, il berlusconismo sostituisce al ceto politico tradizionale – che svolge il compito di costruttore delle mediazioni possibili fra interessi privati e interessi collettivi, quindi una sorta di ammortizzatore dei conflitti sociali – quello diretto dei potentati, essendo esso stesso un potentato, un centro occulto di affari, come dimostrano le inchieste giudiziarie sulla "cricca" che ora, con il disegno di legge sulle intercettazioni, si vuole porre al riparo da qualsiasi rigore sanzionatorio e le stesse ipotesi che in questi giorni si formulano sullo stragismo mafioso dei primi anni Novanta.

Il disegno federalista, poi, così come concepito da un partito essenzialmente secessionista, significa attribuire alla storica "disunità italiana" valore di fondamento politico-economico, per spezzare definitivamente il disegno del 2 giugno e della Costituzione. Per questo, le pur nobili parole di Giorgio Napolitano in occasione di questa ricorrenza («festa dell'Italia che si unì e si fece Stato 150 anni orsono, festa della Repubblica che il popolo scelse liberamente il 2 giugno 1946», ha detto il Capo dello Stato) sono destinate ad assumere i contorni di un'utopia irrealizzata.{jcomments on}

 
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