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Crisi. Appello di Napolitano e colpo di grazia della manovra

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Vita Politica - Dibattito

di Pietro Anastasio, da Dazebao.org 1 giu 2010 - Crisi. L'appello di Napolitano e il colpo di grazia della manovra: così muore un Paese. All'indomani della firma apposta sulla manovra finanziaria del governo ed alla vigilia della festa del 2 giugno, il capo dello Stato lancia un appello alla «responsabilità» di tutti.

«In questo momento – afferma Giorgio Napolitano - sentirsi nazione unita e solidale, sentirsi italiani, significa riconoscere come problemi di tutti noi quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà, quelli che nei giovani suscitano, per effetto della precarietà e incertezza in cui si dibattono, pesanti interrogativi per il futuro».

Problemi «del lavoro e della vita quotidiana, dell'economia e della giustizia sociale» in un momento in cui, continua il presidente, «stiamo attraversando, nel mondo e in particolar modo in Europa, una crisi difficile».

Occorre, dunque, fare «un grande sforzo, fatto anche di sacrifici, per aprire all'Italia una prospettiva di sviluppo più sicuro e più forte. Per crescere di più e meglio, assicurando maggiore benessere a quanti sono rimasti più indietro, l'Italia deve crescere tutta, al Nord e al Sud. Si deve, guardando ai giovani, promuovere una migliore educazione e formazione, fare avanzare la ricerca scientifica e tecnologica, elevare la produttività del nostro sistema economico: solo così si potrà creare nuova e buona occupazione».

La manovra spazza via l'appello di Napolitano

Ora è chiaro che l'inquilino del Quirinale, pur avendo sollecitato il governo a riformulare e stralciare parti della manovra finanziaria da 24 miliardi di euro, con la sua firma ha mantenuto fede al principio dell'«esclusiva responsabilità dell'Esecutivo sugli indirizzi e sul merito delle scelte di politica finanziaria, sociale ed economica».

Ma non si può fare a meno di notare come l'appello di Napolitano, alla vigilia della Festa della Repubblica, sia reso carta straccia proprio da quella manovra finanziaria redatta dal governo e dal ministro Tremonti.

Macelleria nel pubblico impiego: 400mila posti in meno nel prossimo triennio

Difficile scorgere, infatti, una «nazione unita e solidale» a fronte di un intero settore, quello pubblico, che nel giro di tre anni perderà quasi mezzo milione di posti di lavoro.

Una falciata generale che si abbatterà sui dipendenti dello Stato attraverso il blocco dei contratti fino al 2013, il blocco del turn over (un pensionamento a fronte di una nuova assunzione) fino al 2015 e, a proposito «della precarietà e incertezza» citata da Napolitano, il licenziamento del 50% del personale a tempo determinato e a contratto atipico.

Ci si domanda, a questo punto, su che fine farà il personale degli uffici dell'amministrazione centrale e degli enti locali (59mila), "sacrificato" in virtù di un "necessario alleggerimento" della macchina statale. E ancora: che ne sarà del servizio sanitario nazionale a fronte di quei 156mila posti in organico destinati a volatilizzarsi nei prossimi tre anni?

Per il momento nessuna risposta all'orizzonte.

Educazione, formazione, ricerca scientifica e tecnologica verso la paralisi

E poi c'è l'altra questione centrale sollevata dal presidente Napolitano: quella riguardante lo sviluppo del Paese. Una ripresa dell'Italia che deve guardare "ai giovani", promuovendo "una migliore educazione e formazione" ed una crescita "della ricerca scientifica e tecnologica".

In questo senso, è fin troppo facile considerare che le azioni del governo remano in direzione esattamente opposta con tagli all'università di quasi 7mila posti di lavoro (probabilmente di più alla luce del vincolo di bilancio), pesantissimi tagli alla scuola (55mila posti in meno già previsti nella manovra estiva del 2008) e il drastico svuotamento di istituti di ricerca come, per citarne uno, l'Istituto superiore di Sanità.

Persino l'organismo tecnico del Ministero della Salute (analisi dei farmaci, monitoraggio ambientale etc.), subirà infatti il mortifero effetto della manovra finanziaria, con una già annunciata paralisi dell'intera struttura, oggi portata avanti principalmente da personale con contratto a termine. Il 50percento di questi precari "eccellenti", Co.co.co e a tempo determinato, finiranno a casa, con buona pace delle decine di studi e ricerche commissionati ogni anno all'Istituto superiore di viale Regina Elena.

Nel Paese, già dal 2011, saranno più di 80mila i contratti cosiddetti "flessibili" che salteranno.

E se è vero che, come dice il capo dello Stato, la formazione e la ricerca creano sviluppo e che senza sviluppo non ci può essere "nuova e buona occupazione", la questione resta sempre la solita:

nessun risparmio è sostenibile laddove si va ad intaccare un organo vitale del Paese. E' un principio base di sopravvivenza.{jcomments on}

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 02 Giugno 2010 10:00)

 

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