Berlusconi, il berlusconismo, gli errori del Pd
| Vita Politica - Dibattito |
Una riflessione - Sbaglio del Pd è stato quello di giocare con il marketing elettorale invece di puntare a una coalizione sociale con propensione maggioritaria. Lavorare a un’alternativa a quella dominante implica l’accantonamento del bipartitismo. di Michele Prospero*
Gli operai votano a destra? I sondaggi riportati sul Sole 24 Ore rivelano un dato che è certo amaro nelle sue dimensioni ma non del tutto sorprendente. È da quindici anni, infatti, che i tradizionali paletti identitari sono saltati facendo vacillare ogni radicamento sociale. Quando è crollato il sistema dei partiti, nei primi anni novanta, si costituì, attorno al movimento referendario, un tentativo di sorreggere una nuova coalizione sociale costituita dalla grande impresa, da settori della Dc legati a Segni, dalla sinistra postcomunista. Questa alleanza modernizzatrice rimase per breve tempo sulla scena, fu tollerata solo per l’arco di tempo necessario per scuotere le fondamenta già lesionate della repubblica rendendo vane le resistenze del vecchio sistema. Dopo fu subito archiviata e non produsse affatto una solida base materiale per il nuovo regime dei partiti. In tempi di caduta dei vecchi partiti, l’egemonia sociale fu conquistata assai rapidamente da una diversa coalizione economico-sociale imperniata non sulla grande impresa modernizzatrice e sulle espressioni politiche del lavoro ma sulla sterminata neoborghesia diffusa, sulle fasce periferiche di popolo rimaste orfane del pentapartito. Si cementò, in quegli anni, una diversa base materiale della politica e il lavoro divenne una variabile dipendente, pronta ad essere essa stessa attratta dalle sirene egemoniche della neoborghesia populista e securitaria.
Sullo stesso tema:
» Berlusconi apre il fuoco sui giudici
Se quella di Berlusconi è una forma di potere patrimoniale-carismatica che sorge sulle ceneri delle precedenti mediazioni politiche e stratificazioni sociali, essa può perdurare solo entro una precisa condizione politica in cui si offusca la rappresentanza e l’eccezione del capo scavalca ogni routine organizzativa. Ne consegue che una strategia efficace di fuoriuscita dal berlusconismo non può che poggiare sul recupero di rappresentanza (non solo politica ma anche sociale) e sull’abbassamento della componente leaderistica come chiave del confronto politico-elettorale. Tutto ciò che sollecita l’eccezionalità del carisma (premio di maggioranza, indicazione sulla scheda del premier) rientra tra le cattive opzioni politico istituzionali che risvegliano il potere carismatico dormiente. Il nuovismo, con le sue metafore bidimensionali, è la peggiore risposta politica all’evento carismatico perché ogni volta spezza le condizioni di equilibrio appena raggiunte e rialimenta costantemente le chance di potere del capo sorretto dai media, dal denaro, dalla fedeltà.
La durata della vicenda di Berlusconi dipende molto dalla fluidità permanente che il nuovismo maggioritario conferisce alla competizione politica. Se il nuovo, la discontinuità, l’unzione di un capo solitario diventano il tratto normale della politica, il dominio carismatico resta sempre incombente. Il sistema politico ha dunque due prospettive dinnanzi: la soluzione carismatica (che presenta vistosi costi economici e alimenta manifestazioni di declino della competitività del meccanismo produttivo) e la ricostruzione di una democrazia della rappresentanza. A conferire una congenita debolezza alle coalizioni politiche contribuisce anche la peculiare composizione sociale dei due schieramenti. A fronteggiarsi sono il campo raccolto attorno a Berlusconi (una base sociale composita chiamata a sostegno della soluzione patrimonialecarismatica), e le alleanze sociali definite dal centrosinistra attorno all’alleanza tra lavoro e grande impresa produttiva. Tra le forze sociali della neoborghesia diffusa, che attrae attorno al desiderio sregolato di ricchezza le fasce sociali più periferiche, e i gruppi sociali dell’innovazione competitiva (lavoro pubblico e privato più grande e media impresa) organizzati alla rinfusa dalla sinistra (e appesantiti da linee di frattura culturale al loro interno: laicità, identità) non si registra una spiccata prevalenza dell’una a scapito dell’altra componente. Nessuno dei due gruppi o coalizioni sociali in contesa si rivela cioè compatto e capace di esercitare una egemonia materiale durevole. L’azione collettiva, a difesa delle pensioni prima dell’articolo 18 poi, ha contribuito per due volte a fiaccare la coalizione berlusconiana sottraendo ad essa il fascino di una ricchezza a portata di mano per tutti. Le politiche del rigore e l’azione di governo come tecnica di risanamento, la ripresa della leva fiscale hanno ostruito la capacità di ampliare e mantenere consenso sociale da parte delle forze della sinistra. Questi rapporti di forza tra i ceti sociali sono congelati dalla polarizzazione politica che impedisce la scomposizione della rete di interessi edificata dalla neoborghesia. È possibile trovare un nuovo equilibrio tra i soggetti sociali e i gruppi d’interesse solo consolidando le strutture della rappresentanza.
La velleità del Pd è stata invece quella di competere con il Pdl trascurando la base sociale imponente che sorregge la soluzione patrimoniale-carismatica. Il suo proposito era in sostanza quello di giocare con il marketing elettorale al posto di costruire una effettiva coalizione sociale con propensione maggioritaria. L’alleanza tra lavoro e grande impresa, indebolita dalla difficile prova di governo, non ha più la consistenza per un controllo della nuova geografia economico-sociale. Essa resta il perno di una coalizione sociale che non può non puntare però ad allargarsi cominciando magari a scalfire quella legge di Hume che vede i soggetti più periferici essere attratti dalle sirene di chi gode della potenza del denaro. Oltre a un elettorato popolare, spinto verso destra dagli umori più bassi in assenza di referenti politici in grado di lottare contro il disagio, una analisi realistica della struttura del consenso berlusconiano non può che evidenziare la funzione delle autonomie territoriali viste come geocomunità integrate. Accanto ad una neoborghesia ossessionata dai privilegi fiscali e estranea alla nozione di sfera pubblica, di interesse generale (funzioni amministrative, servizi collettivi, autonomia del giudiziario, governo non macchiato dal conflitto di interessi per questo aggregato sociale possono tranquillamente andare in malora), esiste anche una neoborghesia produttiva che vede nel territorio un’occasione per la propria esistenza sociale. È evidente che la sinistra non potrà più trascurare l’autonomia politico organizzativa dei territori che oggi si autorappresentano in forme spesso corporative per conservare le posizioni privilegiate di potere acquisite. Spingersi a valorizzare le forme di presenza politica dei territori è indispensabile per rispondere al trend del declino oggi accelerato dalla compenetrazione delle funzioni pubbliche e private, dalla riduzione dell’azione di governo a prolungamento di meri interessi patrimoniali. Il compito di costruire una rete sociale alternativa a quella carismatico patrimoniale dominante implica, come mossa preliminare, l’accantonamento del bipartitismo per forza che congela le preferenze e concede a Berlusconi una palese situazione di vantaggio competitivo. Un ruolo politico del sindacato non potrà mancare in questa opera di ricostruzione delle basi materiali della democrazia italiana. {jcomments on}
* Docente di Filosofia del diritto alla Sapienza Università di Roma
01/06/2009 16:24
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Ultimo aggiornamento (Lunedì 15 Giugno 2009 11:50)







