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Lavoro: governo battuto. Assente un terzo del Pdl

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Vita Politica - Cronache e Commenti

Frida Roy da aprileonline.info 28 aprile 2010 - Erano 95 gli assenti del Pdl e 11 quelli della Lega al momento del voto sull'emendamento del Pd al ddl lavoro che ha visto andare sotto il Governo per un voto alla Camera.

Dopo la votazione e la sospensione dei lavori, si sono verificati in Transatlantico dei momenti di tensione tra esponenti del Pdl, con alcune accuse rivolte ai finiani, subito rispedite al mittente. Franceschini (Pd): cento assenze in Aula non sono mai un caso

Gianfranco Fini combatte Silvio Berlusconi con le sue stesse armi: la campagna mediatica culminata con l'intervista a "Porta a porta" è un modo di portare il confronto politico alla luce del sole, di rivolgersi direttamente all'opinione pubblica e dunque di sottrarsi alle alchimie di Palazzo.

Si capisce l'irritazione del Cavaliere per una strategia che sta trasformando il presidente della Camera in un vero e proprio concorrente politico, al di là del merito dei problemi: quando il capo della destra parla dei tanti che gli riconoscono il merito di essere l'unico ad "averle cantate" al premier, in fondo fa esattamente questa operazione. Anche con una certa abilità nel sottolineare che un grande partito democratico europeo oggi non si può permettere il lusso delle "epurazioni" né quello di una leadership carismatica che scivoli nel culto della personalità. "Governare è ascoltare, comandare è un'altra cosa", sostiene Fini che non manca di contestare anche le critiche a Saviano o il fatto che solo oggi gli giunga la solidarietà del premier per gli attacchi de Il Giornale.

Il punto politico è tutto quì: Fini non accetta che il partito del quale è co-fondatore sia ridotto al ruolo di una 'parentesi' tra governo e Parlamento; anzi a suo avviso il Pdl deve essere il luogo della mediazione. Dunque è qui che si giocherà la vera partita, dal momento che il capo della destra non ha nessuna intenzione di "divorziare" da Berlusconi: non ne riconosce semplicemente l'infallibilità perché entrambi possono sbagliare e dunque chiede rispetto reciproco.

Si tratta di vedere quanto il Cavaliere possa accettare questo attacco che pone esplicitamente il problema del dissenso nei confronti del suo modo di condurre maggioranza e governo.

Un termometro importante sarà la riunione del gruppo del Pdl chiamato a discutere le dimissioni di Italo Bocchino: il capogruppo Cicchitto le vorrebbe accettare anche sull'onda dell' invito del premier ad assumere decisioni rapide senza farsi logorare in una lunga guerriglia parlamentare. Ma secondo Fini ciò dimostrerebbe che il Pdl non è un partito liberale e che in realtà non c'è possibilità di critica.

La tensione interna è alle stelle e lo dimostrano le polemiche esplose dopo che il governo oggi è stato battuto in Aula alla Camera in una votazione importante sul ddl lavoro: i berlusconiani sospettano che alcune assenze dei finiani fossero calcolate, ma i tanti parlamentari mancati all'appello (oltre cento tra Pdl e Lega) non consentono automaticamente una deduzione di questo tipo.

L'oggetto della contesa è stato l'approvazione di un emendamento a firma di Cesare Damiano (Pd) che nella sua sostanza proponeva di sostituire all'espressione "dovessero insorgere" con "insorte" a proposito delle controversie nel rapporto di lavoro da risolvere con il ricorso all'arbitrato. Con una sola parola si è relegato il ricorso all'arbitrato soltanto alle controversie che sono già in atto tra un lavoratore e il suo datore di lavoro e non più quindi a controversie future.

Alle accuse in aula che in sostanza attribuivano la caduta della maggioranza ai 'finiani', è seguita una sospensione della seduta e il conseguente trasferimento nel Transatlantico delle polemiche molto vibrate tra fedelissimi di Berlusconi e 'finiani'.

Giancarlo Lehner, deputato azzurro, se la prende con i 'finiani' e suscita la reazione di Antonio Lo Presti e Fabio Granata, due tra i parlamentari più vicini a Gianfranco Fini. Spiega Lehner: "Sono stato in qualche modo aggredito. Il caso ha voluto, non dico altro perché non voglio accendere gli animi, che tra gli assenti in aula ci fossero vari 'finiani'. Mi sono limitato a chiedere ad alcuni amici che sono ex di An se questa fosse la prima imboscata... Mi hanno rassicurato, spiegandomi che si trattava del solito astensionismo".

Lehner continua: "Quando poi sono uscito per un caffè alla buvette, sono stato aggredito da Lo Presti. Forse era già nervoso, perché risultava tra gli assenti in aula e si è scagliato contro di me. Io ho cercato di spiegargli che non l'ho mai citato e non capivo cosa volesse da me. Non siamo arrivati alle mani, c'è stato solo uno scambio forte di battute. A un certo punto si è aggiunto Granata che è stato minaccioso nei miei confronti".

"Spero -sottolinea l'esponente del Pdl- che sia stato solo un incidente causato da nervosismo. Ma grazie a tutti questi assenti abbiamo fatto una figura barbina su un provvedimento importante sul lavoro, rinviato anche dal Quirinale..."

Pronta la replica di Granata che contesta le versione dei fatti di Lehner: "Non ho minacciato nessuno, perché sono una persona perbene".

In realtà la battuta d'arresto della maggioranza è dovuta ai larghi vuoti che si sono registrati tra i banchi della maggioranza: 95 assenze compresi i deputati in missione nelle file del Pdl. Gli assenti ingiustificati sono risultati in 50. Vuoti anche nei banchi della Lega dove mancavano in 11: otto in missione e tre assenti.

L'emendamento Damiano è stato così approvato per un solo voto: 225 a favore e 224 i contrari.

Il relatore del Ddl Giuliano Cazzola, dopo avere ottenuto una sospensione per valutare gli effetti della modifica approvata, ha chiesto e ottenuto l'accantonamento dell'articolo a cui l'emendamento si è riferito. La questione relativa a questo articolo sarà ripresa domani.

Siparietti a parte, resta il dato che quasi 100 deputati assenti di maggioranza su una norma così importante non sono mai un caso.

Delle due l'una: se si tratta di "normale astensionismo", come dichiarato a Lehner da alcuni colleghi Pdl ci sarebbe da indignarsi per uno stuolo di parlamentari sciattoni che invece di rappresentare i loro elettori si perdono nei corridoi del palazzo proprio quando si tratta di esprimesi su temi dei vitale importanza come il lavoro. E' una lettura possibile, anzi probabile, visto anche il comportamento di ieri di alcuni esponenti della maggioranza tra cui l'onorevole Cota, governatore regionale del Piemonte che ha pensato bene di abbandonare l'aula proprio quando si trattava di votare il prolungamento della cassa integrazione per i lavoratori dell'Eutelia e della Phonex che da mesi attendono, senza stipendi, una mano tesa dalla politica.

Una seconda lettura però è più "interna" e parla di una maggioranza sempre più dilaniata e quindi, come spiega il capogruppo democrat alla Camera , "si comincia a vederne le conseguenze sul piano parlamentare".

La maggioranza ci prova, certo, ma sembra avere difficoltà a mettere sotto pressione i finiani: il capo della destra ha escluso le sue dimissioni da presidente della Camera e garantisce di non volere elezioni anticipate. Su questo punto è in perfetta sintonia con Bossi il quale non vuole rinunciare all'attuazione del federalismo, la prima vittima di un eventuale ritorno alle urne. Non a caso il Carroccio ha smussato i toni nei suoi confronti. Del resto, si chiede Fini con una punta di malizia, come si potrebbe spiegare agli italiani un voto anticipato ora che esiste una maggioranza così vasta e reduce da una lunga striscia di vittorie?

Sandro Bondi dice che Fini svolge un ruolo anomalo e confonde il piano politico con quello istituzionale: dovrebbe scegliere tra i due corni senza fare perdere prestigio all' istituzione che presiede. Ma si tratta di una controffensiva fragile: oggi nessuno può costringere Fini a lasciare la poltrona di Montecitorio e comunque, per ammissione dello stesso coordinatore del Pdl, i presidenti della Camera che si sono succeduti hanno sempre svolto un'azione politica incisiva, sia pure in direzione della massima unità delle forze politiche. Ma è quello che anche Fini rivendica di fare.

Dunque la palla torna al Cavaliere. Si vedranno nei prossimi giorni le sue contromisure ma un fatto è certo: tutto dovrà avvenire con una certa cautela perché l'Europa è nel pieno della crisi economica e perché la Lega stavolta esige un risultato vero sulle riforme.{jcomments on}

Ultimo aggiornamento (Giovedì 29 Aprile 2010 18:06)

 

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