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Pdl, Fini e Berlusconi vicini alla rottura

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Vita Politica - Cronache e Commenti

Cronaca dell'incontro - Scintille tra il presidente della Camera e il premier nell'incontro a Montecitorio. Fini critica l'appiattimento sul Carrocio e minaccia di uscire dal Pdl con i suoi. "Il tuo partito è il Pdl, non la Lega". Berlusconi prende 48 ore di tempo.

Gianfranco Fini non vuole stare in un partito egemonizzato dalla Lega. E chiede a Silvio Berlusconi di ricalibrare i rapporti di forza nella maggioranza. Oppure uscirà dal Pdl, e formerà un nuovo gruppo parlamentare coi i suoi fedelissimi. Il Cavaliere si è preso 48 ore di tempo per rispondere. E' questo il succo, amaro, dell'incontro del 15 aprile a Montecitorio tra il presidente della Camera e il presidente del Consiglio. Lo ricostruiscono le agenzie di stampa citando fonti parlamentari, e nei titoli se non c'è la parola "rottura", si parla di "ultimatum".

I due protagonisti non dicono nulla. Il premier: "Io non mi pronuncio. Fatevelo dire dagli altri. Lo sapete che sono riservato...". Il portavoce di Fini: "Il presidente della Camera non ha nulla da dichiarare sull'incontro. Se lo riterrà opportuno sarà il premier a commentare". Ma lo scontro c'è stato. "Il tuo partito è il Pdl, non la Lega", avrebbe detto Fini a Berlusconi, rimproverandogli un eccessivo appiattimento sul Carroccio.

In seguito si è tenuto un incontro tra i deputati vicini al presidente della Camera, che hanno valutato l'ipotesi di di costituire un gruppo autonomo dal Popolo della Libertà. Tra i presenti, il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia.

Un primo commento "Lo strappo nel Pdl"

Monica Maro, da aprileonline.info 15 apr 2010 - "Ho fondato un partito, sono pronto a rifondarne un altro". Per ora l'intenzione di Gianfranco Fini è quella di dar vita ad un gruppo (si contano 50 deputati e 18 senatori), ma il presidente della Camera con i suoi fedelissimi non ha escluso nessuna ipotesi in futuro. Tante le richieste dell'ex leader di An a Berlusconi: lo scoglio più grande è il rapporto con il Carroccio, l'appiattimento del Pdl a Bossi. Poi il partito: Fini chiede discontinuità sul metodo e sui contenuti della politica del Pdl e l'azzeramento dei vertici di via dell'Umiltà. Berlusconi ha preso tempo

Con il faccia a faccia di oggi a Montecitorio il rapporto tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha toccato il livello più basso, facendo riemergere vecchie ruggini e veleni tra le diverse anime del partito.

La minaccia da parte del presidente della Camera di costituire gruppi parlamentari autonomi se "continuiamo ad appiattirci sulla Lega", assume i toni di un ultimatum e il Cavaliere non la prende bene. Per ora, il premier tace (ci rifletterà l'intero week end) e affida ai suoi il compito di tenere i toni bassi per non alimentare nuove polemiche. In privato, però, riferiscono fonti parlamentari, torna a interrogarsi sull'opportunità di certi comportamenti della terza carica dello Stato, che possono solo fare male alla coalizione.

Non capisco chi rema contro proprio adesso che abbiamo l'occasione di andare avanti tranquilli e fare le riforme, avrebbe sottolineato il premier, ribadendo che il Carroccio resta un alleato di governo strategico. Se vogliono sfaldare il Pdl, basta dirlo perché io non ci sto e la gente è con me, si sarebbe sfogato il premier che, secondo alcune fonti parlamentari, avrebbe minacciato il voto anticipato. Non a caso, dopo aver sentito il Cavaliere, il presidente del Senato, Renato Schifani ha ricordato che "quando una maggioranza si divide al proprio interno non resta che ridare la parola agli elettori".

Già qualche ora prima del faccia a faccia in Transatlantico, si respirava aria da resa dei conti e si sono rincorse voci su nuovi attriti tra i leader. Con i "figiani" pronti a giurare che il presidente della Camera non si sentirebbe adeguatamente rappresentato nel Popolo della libertà (a cominciare dal tridente che guida il partito, dove c'è Ignazio La Russa). Alcune indiscrezioni, che non trovano conferma ufficiale, infatti, hanno parlato di un ministro della Difesa pronto anche a dimettersi dall'incarico di coordinatore nazionale pur di non essere sottoposto a strumentalizzazioni politiche. Al termine dell'incontro, poi, tra i finiani si fa strada l'ipotesi di appoggio esterno al governo, nel caso dovesse precipitare la situazione.

Nei suoi contatti di questi giorni (in particolare ci sarebbe stata stamane una telefonata con Gianni Alemanno), riferiscono ambienti parlamentari del centrodestra, Fini avrebbe fatto sapere di essere pronto ad andare fino in fondo.

Un concetto ribadito poi dal numero uno di Montecitorio al pranzo di oggi senza tanti giri di parole. Ho sempre lavorato per far crescere il Pdl, il tuo partito è il Pdl, non la Lega, avrebbe detto Fini al presidente del Consiglio, accusandolo di coltivare un asse privilegiato con Umberto Bossi.

Fini, dunque, secondo le indiscrezioni, era già determinato in mattinata a chiedere al Cavaliere maggiore equilibrio all'interno del partito. Tradotto in numeri: la formula del 70-30% va rinegoziata, riservando un effettivo 30% agli ex di An..

"Se l'unico modo di ottenere le cose è fare come la Lega allora anche noi ci travestiamo da lupi, saremo una forza di lotta e di governo", avrebbe spiegato durante la riunione con i suoi.

Il primo passo è "Pdl Italia", ma messo alle strette ogni scenario è possibile, anche quello esposto da diversi finiani della creazione di un partito delle riforme, un "partito della nazione" che coinvolga i delusi del Pdl, i rappresentanti del centro e una parte della sinistra. "Noi - riferisce per esempio una fonte parlamentare dell'Udc - siamo pronti a considerare l'eventualità di sancire un patto per il Paese".

Tuttavia anche dopo il braccio di ferro con Berlusconi dalla presidenza della Camera filtra ancora la speranza che il Cavaliere possa riconsiderare le proprie posizioni e si ribadisce la lealtà verso l'esecutivo. E soprattutto non si crede affatto nella eventualità di un voto anticipato, anche perché - fanno notare fonti parlamentari - Napolitano non scioglierebbe mai le Camere. "Certamente - ha spiegato Fini ai suoi - non siamo noi i traditori del patto. Ma sono stanco di essere preso in giro, Berlusconi è venuto da me solo per fare retorica...".

La terza carica dello Stato ha meditato a lungo se fare o meno lo strappo. E' consapevole della posizione delicata che occupa: "Ma - ha osservato secondo quanto viene riferito - questa volta non è in gioco il futuro di Gianfranco Fini, è in gioco il futuro del Paese". Di questo passo - è il ragionamento - avremo l'avanzata degli unni in tutta l'Italia...

Dopo il faccia a faccia di oggi, la strada è in salita. "L'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso", dicono i parlamentari del Pdl più vicini a Fini, è il metodo adottato per procedere con le riforme. Il caso della bozza Calderoli, spiegano, "è stato esemplare, con il presidente Fini che è venuto a conoscenza del testo solo all'ultimo minuto dopo che tutto era stato già deciso a una cena di Arcore con il solito Bossi".

I finiani, dunque, restano sul piede di guerra e attendono una "risposta politica concreta" dal Cavaliere. A cominciare dai ruoli di vertice del partito: non a caso, nella dichiarazione diffusa al termine dell'incontro, Fini sottolinea anche la necessità di "scelte organizzative" per far crescere il partito

E intanto è partita la conta fra i fedelissimi. "Ora è il momento di capire chi è dentro e chi è fuori", dice uno di loro, perché "la situazione è delicata e bisogna essere compatti, perché se ora andiamo divisi c'è il rischio di mandare tutto all'aria".

Donato Lamorte, memoria storica di An e fedelissimo di Fini, non usa mezzi termini: "Indubbiamente c'è un malessere dentro il gruppo del Pdl, a noi ci siamo sempre comportati disciplinatamente ad ogni votazione. Non abbiamo mai fatto mancare la nostra presenza. Abbiamo bisogno di un partito non sbilanciato. Non vedo una continuità, nel Pdl si vive alla giornata- avverte- gli organi direttivi non sono mai stati convocati, escluso il cosiddetto triumvirato. Non vedo un progetto, basta guardare lo statuto e si capisce che è totalmente disatteso".

Dunque l'esito dello scontro sembrerebbe inevitabile: scadute le 48 ore di "cessate il fuoco", un nuovo gruppo parlamentare di estrazione finiana vedrà la luce. Il nome che dovrebbe essere imposto al nuovo gruppo dovrebbe essere quello di "Pdl-Italia". Nessuna conseguenza sulla tenuta del governo, assicurano infine i deputati finiani, ma di certo sarà un duro colpo per la tenuta del partito.

La "minaccia" di gruppi parlamentari autonomi potrebbe poi avere ripercussioni sul governo. E' vero che i finiani escludono categoricamente una crisi di governo e lo stesso Fini assicura che Berlusconi deve governare per tutta la legislatura, ma se le cose dovessero precipitare sarebbe difficile conciliare una rottura politica con la permanenza nell'esecutivo. C'è chi parla di senso di responsabilità, per sottolineare che non bisogna far precipitare le cose. C'è chi invece fa riferimento alla coerenza, che imporrebbe un ritiro dei membri dal governo in caso di rottura.

Ma non si esclude l'appoggio esterno: "La partita è tutta aperta", dice uno degli uomini più vicini al presidente. Nessuno vede scissioni dietro l'angolo (a pochi mesi dalla nascita del Pdl), però c'è chi evoca apertamente il modello Sicilia, dove c'è, appunto, il gruppo del "Pdl Sicilia" che continua a sostenere il governo regionale. Ma sono scenari ancora di là da venire, la prima opzione, dicono gli ottimisti, resta la "conciliazione" tra i due leader: non dobbiamo correre, è solo l'inizio di un percorso, sottolineano alcuni finiani.

Anche se, fanno sapere le stesse fonti, le soluzioni non dipendono solo dal presidente della Camera.{jcomments on}

 

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