Comunali, ci resta solo (la) Speranza
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Redazione da aprileonline.info, 12 apr 2010 - Il centrodestra canta vittoria ai ballottaggi delle elezioni comunali: espugna la storica roccaforte rossa di Mantova oltre a numerosi Comuni campani e calabresi.
Il centrosinistra tiene per pochi voti Macerata, si conferma alla guida di Lamezia Terme, vince per un soffio a Matera e torna a governare a Cologno Monzese, comune sede degli studi televisivi di Mediaset. Cresce l'astensionismo. Boom della Lega a Vigevano contro il Pdl. Questi sono i rapporti di forza che governeranno gli ultimi tre anni di legislatura e che determineranno la partita delle riforme
I ballottaggi confermano le tendenze di fondo già emerse dal voto per le regionali e nel primo turno: il centrodestra è in chiaro vantaggio nel paese, il Pd ed il centro sinistra faticano ma tengono alcune posizioni, moltissimi cittadini non votano. L'onda lunga delle elezioni regionali travolge anche le amministrazioni tradizionalmente rosse della Calabria, dove, tra i principali Comuni al voto, resta al centrosinistra soltanto Lamezia Terme, dove il ballottaggio è stato vinto dal candidato del centrosinistra, Gianni Speranza (SeL), ma secondo i dati forniti sul sito del Ministero dell'Interno, la maggioranza in Consiglio comunale è del centrodestra.
Significativa la vittoria del centrodestra a Vibo Valentia e a San Giovanni in Fiore, comune del cosentino governato da sempre dalla sinistra. Da segnalare anche il cambio di colore del Comune di Comacchio, in provincia di Ferrara, dove dal dopoguerra non si era mai seduto un sindaco di centrodestra sulla poltrona di primo cittadino.
Per certi aspetti, i risultati più "pesanti" vengono dalla Lombardia, ed in particolare da Mantova e da Vigevano; a Mantova, perché il centrodestra conquista uno degli ultimi centri importanti della regione dove ancora non governava, e ribadisce - semmai ce ne fosse stato ancora bisogno - il proprio strapotere al nord già emerso dalle regionali; a Vigevano perché la sfida interna alla maggioranza viene vinta dalla Lega.
A conferma (lo sottolinea Roberto Calderoli) del fatto che se il governo di Silvio Berlusconi esce complessivamente rafforzato da questo turno elettorale nei confronti delle opposizioni, all'interno della maggioranza la Lega pesa oggi un po' più di ieri.
Questi sono i rapporti di forza che governeranno gli ultimi tre anni di legislatura, visto che non sono previste altre elezioni su scala nazionale fino alle politiche del 2013. Ed è con questi rapporti di forza che sarà giocata la partita delle riforme.
Su questo terreno, Gianfranco Fini ha lanciato oggi un messaggio che appare, se non in contraddizione, certamente come una precisazione rispetto all'impostazione delle riforme condivise con l'opposizione, del quale pure è stato ed è egli stesso sostenitore. Fini, infatti, facendo riferimento all'articolo 138 della Costituzione, sottolinea che, nel caso di situazione bloccata, il centrodestra potrebbe prendersi la responsabilità di fare da sé. Una prospettiva da non ricercare, precisa Fini, per evitare il referendum ma nemmeno da escludere a priori, altrimenti si rischia di dare alle opposizioni un potere di veto, e comunque di arrivare, per l'ennesima volta, a parlare molto di riforme ma di non combinare nulla.
Lo schema della riforma fatta a maggioranza sarebbe lo stesso seguito, senza successo, fra il 2001 ed il 2006, quando la riforma costituzionale fu infine respinta nel referendum confermativo. Ed è anche per non ripetere quell'esperienza che la Lega, diversamente dal passato, si è fatta sostenitrice della necessità di accordo con l'opposizione (una riforma approvata con più di due terzi dei voti non sarebbe sottoposta al referendum).
Mentre lo stesso Berlusconi, anche per le sollecitazioni del Quirinale a cercare l'intesa, rivendica a sé il ruolo principale in questa partita, nella maggioranza e con le opposizioni. Uno schema che Fini non contesta, ma al quale chiede di non legarsi pregiudizialmente.
Sul fronte opposto, il dato forse più preoccupante che esce dai ballottaggi per il Pd (nonostante la riconquista di Matera e la difesa all'ultimo sangue di Macerata) è che il partito ed i candidati sostenuti non traggono un vantaggio relativo nemmeno dall'astensione. Se in passato, soprattutto in momenti di crisi, questo fenomeno colpiva più il governo e rafforzava l'opposizione, che aveva meno difficoltà a mobilitare il proprio elettorato potenziale, ora la disaffezione sembra colpire entrambe le parti; ma i conti alla fine sembrano tornare più spesso a Berlusconi che ai suoi avversari.
Un dato di fatto che suona come una rivelazione dei limiti che il Pd, partito nato per raccogliere più voti di quanto facessero Ds e Margherita, incontra nell'attrarre quegli elettori che sperava di conquistare.
Per il Pd c'è poi anche il fronte aperto, o riaperto, da Romano Prodi, quello del partito federale. La presa di posizione dell'ex presidente del Consiglio (rimasto finora in bilico fra la posizione del padre nobile e quella di chi si chiama fuori davanti agli sviluppi di un partito nei quali si riconosce poco), può essere letta come una critica allo stato attuale; e, quindi, colpire in primo luogo Bersani, in quanto responsabile attualmente in carica.
Ma il segretario del partito evita la contrapposizione con Prodi e ne legge la proposta come uno dei contributi e delle iniziative che possono essere utili per delineare cosa deve essere il Pd e quale idea ha sull'organizzazione del paese.
Il punto è che il Pd, che da quando è nato ha già avuto tre segretari ed ha organizzato due primarie su scala nazionale, non ha ancora risolto il nodo di come organizzarsi e quale struttura darsi per avere un vero rapporto vitale con il paese che si candida a guidare. Un compito che nei prossimi anni, in cui non sono previste grandi campagne elettorali, potrebbe essere l'ora di affrontare con decisione.{jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Martedì 13 Aprile 2010 12:15)







