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Sta finendo un mondo?

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Vita Politica - Cronache e Commenti

e-io-pago_130di ignaziomazzoli, 13 ago 2011 -  Dopo giorni di tira e molla tra Lega e Pdl e un venerdì di tensione alle stelle consumato in incertezze costanti, ieri a Palazzo Chigi finalmente abbiamo appreso quali saranno le misure messe a punto dal governo - per raggiungere il pareggio di Bilancio entro il 2013. Il giudizio è negativo, con sfumature diverse, ma negativo. Questa è una manovra ideologica che è a carico dei ceti popolari e dei ceti medi, ma non è in grado di risolvere i problemi, perchè è inadeguata e iniqua. leggi tutto

Commento diffuso in tutta l'opposizione in ogni sua articolazione. (In altra parte del giornale diamo il dettaglio di questa manovra)

Qui ora vogliamo porci qualche domanda e provare a capire che sta succedendo in un'estate caldissima su più fronti, anche se ha limitato afa e arsura a pochi giorni. In questi giorni due argomenti tengono banco su giornali e in televisione – la finanza e la rivolta in Gran Bretagna – che apparentemente distanti riempiono di interrogativi sul futuro prossimo, ma non solo.

Partiamo dal primo. Le fluttuazioni dei mercati, gli assalti degli speculatori, i pericolosi ondeggiamenti delle casse pubbliche di tutto il mondo avranno riflessi diretti sulla vita dei normali cittadini, quelli che non speculano in borsa e ascoltano parole anglofone di cui ignorano il significato anche se sanno che da quelle saranno colpiti. Infatti qualsiasi manovra si ripercuoterà proprio su di loro. Usa ed Europa che faranno? Immetteranno nuova liquidità sul mercato con un effetto benefico immediato, ma...anche con l'effetto dell'innalzamento dell'inflazione. Come dice qualsiasi manuale - anche per princiapianti – di macroeconomia. È una legge che si è sempre verificata e che farà lievitare i costi. Allora occorre contenere la spesa pubblica? Certamente, ma non per i cittadini. Che vedranno aumentare il loro carico fiscale e rischiano di veder allontanare il giorno in cui andranno in pensione. Quelli che ci andranno, cioè, i lavoratori più anziani, mentre i più giovani - quarantenni e fors'anche cinquantenni – rimangono attaccati a precariato e disoccupazione con i brividi per il presente e per il futuro (sia domani, l'autunno e la vecchiaia).

Il rischio "default" – cioè il "fallimento" – sulle spalle dunque di chi viene caricato? E questa domanda non é facile demagogia. Perché, forse proprio ponendosi questa domanda, si accede al secondo tema di queste poche righe, la violenza di strada esplosa in Gran Bretagna. Avevamo già rivisto la violenza in Grecia, dopo l'assassinio di uno studente durante una manifestazione ed anche nelle banlieue parigine. Sono tutte scene simili: gente alterata o stravolta per strada, polizia in assetto antisommossa, immagini giornalistiche dall'alto che illustrano il succedersi di cassonetti bruciati, auto distrutte, negozi assaltati. Oggi come allora si dice che è criminalità comune e che come tale va schiacciata, parola del primo ministro britannico David Cameron, rientrato precipitosamente in patria dalle sue vacanze toscane.

Forse in questo terzo caso molti condivideranno. Di certo, dar fuoco ad auto (comprate magari a rate da qualche appartenente alla middle class) o ad appartamenti (anche questi frutto probabilmente di mutui trentennali contrattati dalla già citata classe media), non migliorerà la situazione. Ma nasce un adomanda: nel momento in cui si affronta l'emergenza, non è mai possibile analizzarla? Non è possibile vagliarla con l'ottica della realtà e della prospettiva? Ottica che ci parla – ancora un volta – di precarietà, di disoccupazione, di non saper più come sbarcare il lunario, di come immaginare l'immediato futuro.

Non si vede più alcuna considerazione per il cittadino comune mentre i potenti del Pianeta si consultano nottetempo in videoconferenza cercando di imporsi l'un l'altro manovre economiche che dovrebbero salvare qualcosa che comunque ha nulla a che fare con il tirare a campare della gente. Nulla ha a che fare con il problema di comprare i libri di testo autunnali per i figli e magari chissà quanti hanno già trattato in banca un finanziamento di cui vorremmo ignorare il tag e taeg, i tassi che troppo spesso si avvicinano ai quelli definiti di usura. Nulla ha a che fare con contrattazioni che portino a risultati apprezzabili per i lavoratori. Nulla ha a che fare con chi sta per diplomarsi o laurearsi e poi? Stage? Apprendistati? Pratica sul campo a rimborso spese, se va bene?

Da mesi, ormai, in Spagna, ci sono gli indignados. Protestano pacificamente, si siedono nelle piazze, campeggiano nei parchi pubblici, fermano la gente nelle strade per spiegare le ragioni di un futuro che non c'è. Fin in Israele è arrivato il contagio degli indignati perché la crisi, il lavoro che scompare, la casa data a classi specifiche e non ad altre, meno abbienti, hanno lambito anche quel Paese, in genere molto parsimonioso nell'esternare dissenso sociale.

Eppure mentre si continua a giocare con i termini ignoti ai più, di cui sopra, si invoca il pugno di ferro con chi non riesce a contenere più la sua rabbia. E si contano i primi morti (quello che ha innescato i fatti di Gran Bretagna e quello sparato nel corso dei disordini).

Assistendo a tutto questo, qualcuno si chiede, ma c'è davvero una via di salvezza? Una via che possa tenere insieme le ragioni del mercato con quelle del sociale, del rispetto dell'umanità. E a questo punto viene un dubbio. Sta finendo un mondo? Un mondo inteso come sistema – che ormai sta divorando se stesso, non più in grado di parassitare altro che non sia quello che sembra sempre di più il suo cadavere?

In questa situazione indignarsi è un isterismo? Protestare è davvero un crimine? Una convinzione ci deve accompagnare: quello che succede non è ineluttabile, ma al contrario si può contrastare e cambiare.

 

 


 

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Ultimo aggiornamento (Sabato 13 Agosto 2011 12:01)

 

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