L'ideologia e i dati oggettivi. Così all'Fmi la politica «truccava» i dati
| Vita Politica - Cronache e Commenti |
di Ronny Mazzocchi da unita.it 6 ago 2011 - L'attacco dei mercati finanziari a molti paesi europei, insieme alla giustificata apprensione delle classi dirigenti, ha riportato al centro del dibattito l'idea che sia necessaria una netta separazione tra politica ed economia. leggi tutto
Passato il periodo iniziale della crisi, in cui era il mondo finanziario ad invocare l'intervento della politica per sopravvivere ad un tracollo che sembrava inevitabile, sembra che l'orologio si sia improvvisamente riposizionato a quegli ultimi mesi del 1989, quando Francis Fukuyama annunciava la «fine della storia», si dichiaravano morte tutte le ideologie e il mondo intero celebrava l'indiscutibile superiorità del mercato come istituzione capace di regolare i rapporti economici e sociali, relegando la politica al ruolo sempre più marginale di arbitro imparziale se non addirittura di spettatore indesiderato. Fu proprio nel clima eccitato di quei giorni che l'economista John Williamson coniò il termine «Washington Consensus» per descrivere quella serie di riforme liberiste che, inizialmente disegnate per i paesi del Sud America, divennero poi nell'immaginario collettivo il ricettario economico dell'era post-ideologica.
Nella realtà, però, l'ideologia continuò a farla da padrona, anche forse più di prima, ridisegnando non solo i rapporti di forza nei paesi e fra aree geografiche, ma anche influenzando sensibilmente l'attività di grandi istituzioni globalicomeil Fondo Monetario Internazionale (FMI). A dirlo non sono più solamente gli indignati saggi del Premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz o la voce degli ultimi eredi del cosiddetto movimento di Seattle. A confermarlo stavolta è addirittura lo stesso FMI attraverso rapporto dell'Independent Evaluation Office (IEO) sulla qualità, la rilevanza e il profilo della ricerca nel periodo compreso fra il 1999 e il 2008.
Le 52 pagine del documento spaziano dall'inadeguato coinvolgimento dei singoli Stati beneficiari degli aiuti nelle scelte di politica economica, alla qualità della ricerca e all'impatto che questa ha avuto sul dibattito scientifico sia a livello accademico che nella pratica politica.Maa colpire è proprio l'ammissione che buona parte dell'attività di ricerca del Fondo monetario ha subito in quegli anni un fortissimo condizionamento politico con il risultato di renderla funzionale alle direttive che i vari direttori generali avevano stabilito e che coincidevano proprio con il Washington Consensus.
L'IEO ha ascoltato sia il parere dei molti tecnici in servizio presso i governi nazionali sia la voce di economisti attivi presso le più prestigiose università mondiali e i principali think tank economici. Ne è uscito un quadro tutt'altro che edificante. Secondo la metà delle autorità nazionali «la ricerca del Fondo era altamente prevedibile e non permetteva l'emergere di prospettive alternative». Un giudizio molto netto che investe «tutta l'attività di ricerca condotta dal FMI» e che diventa ancora più duro quando a parlare sono i rappresentanti dei governi dei paesi in via di sviluppo, che maggiormente hanno fatto ricorso alle attività di assistenza e aiuto del FMI. L'impressione generale che se ne trae è che «la ricerca del FMI partisse da posizioni già predefinite e che spesso le raccomandazioni di politica economica non seguissero le analisi condotte».
Non meno netto è il parere che è arrivato dagli economisti accademici secondo i quali la ricerca condotta nel Fondo monetario – sia quella più tecnica sia quella predisposta per fornire un supporto alle discussioni fra il FMI e le singole autorità nazionali - era «fissata su certi messaggi e non prendeva in considerazione visioni alternative». Una parte dei ricercatori interpellati ha addirittura dichiarato che questo era vero anche per le parti analitiche del World Economic Outlook (WEO), forse la più influente pubblicazione periodica del FMI di cui anche i mass-media forniscono solitamente un dettagliato resoconto.
Ma a rendere ancora più interessante il rapporto di autovalutazione è che ad esprimere un giudizio estremamente negativo sull'attività di ricerca sono soprattutto coloro che la realizzavano materialmente. Interpellati dall'IEO attraverso un questionario anonimo, il 62%dei ricercatori ha ammesso di aver avvertito la necessità di allineare le conclusioni dei propri lavori a quelle del FMI. Più della metà haaffermato di conoscere dei casi in cui i risultati delle ricerche condotte sono stati modificati per ricalcare la visione istituzionale del FMI.
L'aspetto forse più inquietante è l'ammissione che le raccomandazioni di politica economica contenute negli articoli non erano il risultato dell'attività di ricerca, ma tendevano a seguire le linee già stabilite dal Fondo monetario. Un comportamento che trovava la sua massima espressione proprio nelle principali pubblicazioni dell'organizzazione - fra cui il già citato WEOe il Global Financial Stability Report – mentre maggiori spazi di libertà sembravano essere concessi ai ricercatori solamente nella assai poco influente raccolta di working papers.
Se formalmente il FMI dichiarava che l'attività di ricerca costituiva un elemento imprescindibile per sostenere gli indirizzi di politica economica e i programmi concreti di azione, il rapporto dello IEOsembra riconsegnarciuna realtà radicalmente diversa. Nel periodopreso in esame l'attività di ricerca, più che partecipare alla definizione delle linee guida dell'attività del Fondo, ha invece finito per essere pesantemente indirizzata da esse.
È sembrato che, fissati gli obiettivi di politica economica e spesso addirittura gli strumenti, ai ricercatori del Fondo non restasse altro compito che elaborare dei modelli che conducessero esattamente a quei risultati. Disciplina fiscale, tagli alla spesa pubblica, riduzione delle aliquote marginali sui redditi, liberalizzazioni dei mercati dei capitali, privatizzazioni e deregulation costituivano una agenda di politica economica a cui la ricerca si doveva attenere quasi totalmente, con pochissime eccezioni che venivano ammesse solo nelle pubblicazioni meno prestigiose.
Il risultato è che spesso le indicazioni di policy finivano per essere in contrasto con i risultati degli stessi modelli e questa autentica schizofrenia – come riconosce lo stesso rapporto dell'IEO – ha finito per danneggiare «la qualità e la credibilità degli studi, riducendo anche la loro possibile utilizzazione».
Fortunatamente la situazione sembraessere radicalmente cambiata con l'arrivo di Dominique Strauss Kahn al vertice del FMI. L'ormai ex-direttore generale aveva infatti subito provveduto a nominare come capo del dipartimento della ricerca Olivier Blanchard, un eminente economista francese da molti anni professore al Massachussets Institute of Technology.
Sotto la guida di Blanchard il Fondo monetario sta vivendo uno dei periodi di elaborazione teorica e analitica più proficui che la storia ricordi. C'è da sperare che questa nuovastagione possa continuare anche sotto la direzione di Christine Lagarde e che il FMI sappia porre miglior argine al prepotente ritorno dell'ideologia del libero mercato e alla retorica sulla separazione fra politica ed economia rispetto a quanto sembrano riuscire a fare i singoli governi nazionali europei. 6 ago 2011
Sostieni il nostro lavoro.
edicolaciociara.it, invisibile.eu, l'Associazione perl'Alternativadicentrosinistra sono iniziative no-profit. Qualsiasi donazione tu possa fare, piccolissima, piccola o meno piccola rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per fare una donazione tramite il sito, cliccare qui sotto.
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Ultimo aggiornamento (Sabato 06 Agosto 2011 18:45)






