Dare fiducia a chi sa meritarla
| Vita Politica - Cronache e Commenti |
di Ivano Alteri 28 giu 2011 - L'incontro inscenato con Di Pietro è probabilmente uno dei soliti trucchi di Berlusconi, il quale conosce a menadito le suscettibilità del popolo di centrosinistra e la fragile fiducia che spesso in esso si registra nei confronti dei propri leader. Berlusconi avrà pensato che mentre Di Pietro rischiava di essere danneggiato da quell'incontro, perché eventualmente sospettato di essersi convertito agli intrallazzi berlusconiani, certo nessuno avrebbe mai sospettato lui, Berlusconi, di essersi convertito alla legalità dipietrista. Questo è sicuro. Tuttavia, esso ci fornisce l'occasione per riflettere su un aspetto secondo noi fondamentale per la politica del centro sinistra. Infatti, contrariamente a quanto accade dall'altra parte, dove l'adesione al capo è totale per istinto e di lui si apprezzano soprattutto le furbizie e i sotterfuggi, da quest'altra, agli elettori basta poco per iniziare a dubitare della buona fede dei propri capi, basta poco per arrivare alla conclusione scorata e banale del "sono tutti uguali". Tutto questo fa nascere un interrogativo che, a nostro parere, va molto al di là e molto più a fondo di quello "classico" sulla natura "di lotta" o "di governo" dei partiti di centro sinistra, e di sinistra in particolare. E cioè: il popolo di centrosinistra (e di sinistra) è un "popolo di governo"?
Tralasciamo in questa circostanza ogni considerazione sulla diatriba, niente affatto peregrina, tra Di Pietro e il Pd riguardo la necessità o meno di definire ora la natura della coalizione. Atteniamoci al nostro quesito per tentare di fare chiarezza in noi stessi e su noi stessi. Riflettiamo sul fatto che, se è bastata una chiacchierata di qualche minuto (in sede istituzionale ancorché informale, alla luce del sole, avvenuta palesemente per volontà di Berlusconi e non di Di Pietro) per far dimenticare il radicale e decennale antiberlusconismo del leader dell'Idv, per far dubitare di lui anche i suoi sostenitori più fedeli, è segno che nel popolo del centrosinistra c'è qualcosa che non va, che ci sono troppi nervi scoperti; probabilmente giustificati dalle molte delusioni passate, ma che certamente denotano un carattere che per certi aspetti non può dirsi "di governo". Cosa dovrebbe fare un povero cristo che ha l'onore, e l'onere!, di rappresentarci, per non farsi dileggiare e non essere sfiduciato alla prima parola o al primo gesto che non coincidano perfettamente con quanto abbiamo in testa noi, elettori di centrosinistra? Quanti millesimi di secondo dura la nostra pazienza? Quante ore ha De Magistris per risolvere il problema dei rifiuti, prima di essere chiamato complice della camorra? Quanti giorni ha Pisapia per far diventare Milano capitale d'Europa, prima di diventare una Letizia senza baffi? Quante sillabe eterodosse può pronunciare un nostro leader, prima di essere crocifisso a testa in giù?
Non abbiamo mai perso di vista il monito togliattiano ("Non possiamo far dimettere il popolo"), e quindi il nostro ragionamento non intende fornire alcun alibi ai comportamenti spesso autoreferenziali, diciamo così, di qualche dirigente; ma noi, popolo di centrosinistra, non eravamo quelli della partecipazione, della sussidiarietà, che necessariamente implica delle responsabilità? Se non vogliamo essere trattati come "bambini di sei anni" (principio antropologico fondante del berlusconismo) dobbiamo riuscire ad assumercele, tali responsabilità; nel momento preciso delle scelte, quando tutti i nodi vengono al pettine e i principi che riempiono il nostro bagaglio entrano inevitabilmente in collisione con la necessità di operare qui e ora. Altrimenti dobbiamo imparare a sopportare il paternalismo che spesso affiora nelle parole dei nostri dirigenti, le loro reticenze, le loro bugie "a fin di bene"; le quali però spesso sfociano nella scarsa trasparenza, diventando una copertura per tutti coloro che intendono la politica come spazio privilegiato per i propri affari personali, leciti e meno, anche nel centro sinistra.
Non dobbiamo dismettere le nostre capacità "critiche", la nostra ferrea volontà di avere una nostra opinione, consapevolmente maturata, e di esprimerla; dobbiamo, però, utilizzare quelle capacità critiche anche su noi stessi e abituarci all'idea che la nostra opinione è soltanto un'opinione, non meno importante delle altre (neanche di quelle cosiddette autorevoli), ma pur sempre un'opinione e una delle opinioni. E che prima di esprimerla dovremmo ben ponderarla; pena, il caos.
Dobbiamo, altresì, ammettere che anche a noi a volte passa per la testa l'idea un po' sbrigativa per la quale "basta che vinciamo, basta che non governi più Berlusconi". Ma non va bene, è solo un modo per non affrontare i problemi; non è un'idea sufficiente per vincere, né tantomeno per garantire una via al Paese. Non è sufficiente neanche per amministrare una città. Soprattutto, non è sufficiente per costruire quel mondo che, seppur vagamente, abbiamo in testa e per il quale lottiamo con tanta costanza e determinazione da molti anni. Dobbiamo infine renderci edotti che non tutti possono decidere su tutto; che ci sono cose per le quali sono necessarie competenze specifiche e perciò deleghe in bianco alla nostra classe dirigente; che i compromessi della politica spesso non sono una scelta, ma una necessità; che la parte di popolo che diviene maggioritaria, e conquista perciò la guida del Paese, deve assumersi la responsabilità di governarlo per tutti; che spesso i problemi del Paese, o anche solo di una piccola città, sono ostacoli ardui da superare; che la transizione da un sistema di potere ad un altro richiede tempo e lavoro. Sempre tra mille contraddizioni.
Per districarsi in tutto questo, la parola magica è: FIDUCIA. Noi dobbiamo imparare ad averla. I nostri capi a meritarla.
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 29 Giugno 2011 17:14)







