Cronache e commenti

Moderati con i blindati

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Vita Politica - Cronache e Commenti

scontri_roma_120qudi Giovanni Morsillo 17 dic 2010 - Democrazia autoritaria. Leggo con preoccupata attenzione i commenti meno conformisti a quanto sta accadendo nel mondo capitalista, in cui i fatti di Roma si collocano a pieno titolo. Cominciano a venir fuori sia pure spesso condite da distinguo, precisazioni e salamelecchi di vario genere, dichiarazioni di personaggi noti e più o meno autorevoli da cui trapela o emerge netta la consapevolezza che non si può propagandisticamente continuare a celare sotto coltri di nebbia mediatica e di fumogeni da ordine costituito le esplosioni anche disordinate del malessere sociale prodotto dalla crisi di sistema del capitalismo.

Non crede più nessuno, ormai, alle rappresentazioni fantasiose e mistiche secondo cui uno che protesta ha torto se non lo fa con il galateo in mano. Fra l'altro, le migliaia di dimostrazioni avvenute in tutto il territorio europeo, oggi hanno anche l'ulteriore innesco della mancanza di qualsiasi considerazione da parte del potere esclusa la gestione dell'ordine pubblico. Per essere chiari, un paio di decenni fa una manifestazione di centomila metalmeccanici per il contratto di lavoro poteva causare, e spesso determinava, le dimissioni di un governo, la messa in discussione delle politiche e degli accordi fra le parti sociali e la messa in mora dei programmi di governo. Oggi, al massimo si irride alle lotte come se fossero passatempi da perdigiorno, il che non fa propriamente bene alle relazioni sociali. Del resto, il Presidente del Consiglio ha ragione quando dice che gli studenti veri sono a casa a studiare: dove altro, visto che le scuole non funzionano? Ci sarebbe poi da aggiungere che se gli studenti volenterosi e capaci sono a casa a studiare, quelli meno interessati allo studio fanni i ministri, magari dell'istruzione, ma lasciamo stare.

Quello che però quasi nessuno, a parte Odifreddi nel suo blog su Repubblica on line e qualcun altro che mi sarà sfuggito, mette l'attenzione necessaria alle caratteristiche di queste lotte, che in Italia come altrove nei paesi del dopo-muro, della resa al colonialismo sociale del mercato, sono senza guida politica. Con qualche nobile eccezione (Grecia) le lotte delle banlieues e delle metropoli europee sono lasciate alla spontaneità, che non può difendersi dalla strumentalizzazione da un lato, e dalla tentazione ribellista dall'altro.

Chi ha lavorato in questi decenni – con serietà e costanza degni di altre cause – per togliere di mezzo le organizzazioni di classe o comunque di massa giudicate ormai inutili ed antistoriche, visto che la storia era finita (Fukuyama, dove ti sei rintanato?), dovrebbe almeno ripensare al danno che ha fatto. Oggi la forza sociale esiste, ma non ha orientamento politico, nasce e muore l'iniziativa su questioni senz'altro importantissime ma slegate da un progetto unitario di società. Possiamo lottare per la scuola e per la ricerca scollegandoci dal tema del lavoro o da quello del modello di sviluppo (ambiente, energia, questione femminile, immigrazione, nord/sud, fame, controllo dei farmaci e delle sementi, ecc. ecc. ecc. ecc.)? Si può andare avanti con pantere e movimenti monotematici che si esauriscono una volta conclusa in un modo o nell'altro la questione? Possiamo davvero pensare che il cambiamento sia possibile con movimenti di questo tipo, sia pure in alcune occasioni di dimensioni notevoli o anche enormi (vedi la pace)?

Questa esigenza è lampante anche in alcuni forti segnali che il movimento degli studenti e del mondo della scuola offre: la saldatura, confusa e faticosa con le parti più avvedute e meno corrotte del movimento dei lavoratori dovrebbe dirla lunga, anche se non trova ancora forme adeguate di organizzazione e di fraternizzazione.

Ma per far questo, per unificare le lotte, per costruire un modello di società alternativo e funzionante, occorre che le masse siano organizzate, che si diano gruppi dirigenti all'altezza, e che abbiano il controllo dei processi decisionali. Chi si stupisce della melma che oggi occupa il Parlamento e tutte le Istituzioni fino all'ultimo ente di gestione, dovrebbe ripensare a quanto c'entri l'allontanamento delle masse dal potere (per citare uno bravo), quanto pesi oggi la sciagurata pensata del partito leggero. Dove sono adesso le strutture (in senso lato) per dirigere il movimento verso lotte concludenti e utili? E sul versante opposto, per favore, smettiamola con le scemenze sul movimento che si autorganizza, sulla spontaneità che risolve tutto con la fantasia e gli slogan colorati! Ancora oggi ci tocca sentire qualche rottame del gruppettarismo degli anni '70 che predica e rivendica chissà quale ruolo storico nella guerriglia anticomunista (non solo anti-Pci) allora condotta dai servitori del popolo da sottoletteratura.

Ma parliamo di cose serie: gli studenti chiedevano lo sciopero generale: dove sono i sindacati? Chiedevano non un cambio della guardia, ma un cambio di regime: dove sono i partiti? Ci siamo mai capiti su concetti base come riforme, patto sociale, lavoro, diritti, bisogni? Chi sono gli interlocutori per le riforme? A che servono le elezioni?

Alcuni anni fa, tacciato ovviamente di catastrofismo da quelli che avevano capito tutto, ossia che il mondo era cambiato, che le vecchie categorie erano cimeli da collezionismo, nostalgie romantiche o percolosi arroccamenti, sostenevo che avendo noi fallito e consegnato il mondo alla reazione, consentendo lo smantellamento di tutte le conquiste assommate in un paio di secoli e mezzo di lotte sanguinose, avremmo visto i nostri figli disperati e disposti a rischiare il tutto per tutto in lotte di nuovo sanguinose con l'aggravante dello spontaneismo, cosa che li farà restare per rmolto nella pratica del ribellismo prepolitico. Sostenevo che la lettura della fase va fatta secondo criteri oggettivi e non immaginando mondi fatati da Paese delle Meraviglie, pena un risveglio assai doloroso e deludente. E sostenevo che quetsa lettura ci dice che la società è così oggi perché è stato consentito che fosse permeata di contenuti e caratteristiche fasciste, il che non è retorica né tantomeno propaganda. Pensate alle concezioni spacciate per moderne in cui si delinea un'idea di società organizzata secondo modelli spaventosamente vicini a quelli praticati e teorizzati dai regimi fasciti per quasi tutto il secolo scorso: da un lavoro diviso per corporazioni ad una scuola adibita ad istruire funzionalmente ai progetti di stabilità sociale consoni al regime, da una sanità a due facce, lussuosa ed efficiente per chi può, da lazzaretto per chi non serve più a una società concepita come blocco unico al servizio del pensiero unico dominante. I cantori della flessibilità hanno almeno il pudore di vergognarsi? Dove sono adesso quelli che occupando indegnamente i posti di dirigenti della sinistra hanno aiutato i padroni a convincere le masse che era meglio avere la partita Iva, individualizzare i bisogni, quelli che parlavano di flessibilità buona senza spiegare cosa sia? Il problema è classico, anche se si presenta in forme ovviamente aggiornate: la lotta di classe si fa e si teorizza, non si enuncia o si esecra. E chi ha sepolto il Partito comunista, quello in grado di egemonizzare (gramscianamente, per chi sa cosa significhi) il movimento che cambia le cose presenti, si è ingenuamente illuso di seppellire con esso le contraddizioni di questo sistema di produzione schiavistico. Così non è, così non può essere. Per servire il progresso non servono gli esorcismi né i proclami, serve l'organizzazione dei lavoratori, e finora la più razionale rimane il Partito comunista. Altrimenti si può continuare l'attività onirica di adorazione dei feticci del mercato mascherati (le associazioni, i comitati, i dipietri, i grilli) o a confondere Obama con la svolta quasi-rivoluzionaria, a considerare Liu Xiaobo un dissidente martire della lotta per la libertà di espressione e Assange un pericoloso destabilizzatore amico di fatto dei terroristi e a vendere e comprare armi, sempre in nome della pace, del progresso, dello sviluppo.

Sarebbe ora di smetterla con la gara a chi è più moderato, salvo poi schierare i blindati a difesa delle torri d'avorio del potere. E sarebbe ora di accettare il dibattito con chi da tempo sostiene l'insostenibilità del sistema di rapina chiamato capitalismo, da chi ad esempio non ubriaco dei miasmi dell'orgia consumistica continua a pensare che la crescita non possa essere infinita, che consumare e produrre sempre di più non è la via della soddisfazione dei bisogni umani, che il sapere si mangia, eccome, e che non è il lavoro a rendere liberi, ma la conoscenza.

Uscire dal cul de sac in cui ormai si è infilata da tempo la teppaglia dei banchieri e dei loro dipendenti politici non è solo possibile, ma necessario. Il problema è che non sarà facile costruirne la consapevolezza, dato l'abisso di ignoranza in cui versa l'umanità.

 

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Ultimo aggiornamento (Sabato 18 Dicembre 2010 11:43)

 
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