Fini e il Cavaliere. Quindici anni di antipatia e convenienza. Il divorzio, un ritorno alle origini
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di Tommaso Vaccaro da Dazebao.org 4 set 2010 - In queste ore di attesa per le parole decisive che Gianfranco Fini pronuncerà dalla Festa Tricolore di Mirabello, c'è chi scorre l'album di famiglia per formulare le ultime previsioni su ciò che sarà detto.
A guardar bene le istantanee di 16 anni di matrimonio politico, non si fatica a scorgere l'antipatia atavica, quasi antropologica, che ha legato e diviso al contempo, i due leader della destra di una Seconda Repubblica morta in culla. Fotografie di un legame fin troppo assortito, ma proprio per questo solido e duraturo. Sdoganamento, convenienza, successione, potere e – a fasi alterne – anche fedeltà. Queste le coordinate dell'alleanza tra l'uomo di partito, "il professionista della politica", e l'imprenditore prestato alla "cosa pubblica" per oltre un quarto di secolo. 'Ma amici mai', cantava Venditti. E questo, sia Gianfranco che Silvio, l'hanno sempre tenuto a mente.
Non ci si stupisca, dunque, se il catalizzatore del processo di sgretolamento e caduta dell'impero sia proprio lui. L'eterno numero due. Quel post-fascista da cui tutto nasce con quel fatidico «se fossi romano voterei Fini», pronunciato nel novembre del 1993 alla vigilia del ballottaggio per il sindaco di Roma, da un Berlusconi fresco di 'discesa in campo'.
Una rottura, quella che va consumandosi lentamente – ma inesorabilmente – tra i due, proprio nei giorni in cui il processo osmotico durato la bellezza di sedici anni, arriva al suo massimo compimento. Lo descrive bene Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia e deputata finiana nelle file di Futuro e Libertà per l'Italia: I berlusconiani sono "Più fascisti di noi". "E' paradossale notare – scrive infatti Perina – che il mondo berlusconiano, così orgoglioso nel rivendicare lo 'sdoganamento' della vecchia, impresentabile destra, quella legata al binomio 'piazzate e manganello', per una sorta di slittamento politico e semantico sia pian piano arretrato verso quell'antico, imbarazzante stereotipo".
Un matrimonio all'insegna dell'imbarazzo
Eppure di imbarazzo, scavando in questo quindicennio di sodalizio politico, se ne trova a secchiate. Diciamo pure che la tattica del 'turarsi il naso' e guardare alle scadenze lontane, ha avuto sempre la meglio sui malumori, tanto del Cavaliere quanto dell'ultimo segretario missino. Come non ricordare a questo proposito il pallore comparso sul volto di Fini nell' aula del Parlamento europeo, con la clamorosa performance sul «Kapò». In quei pochi istanti di ludibrio internazionale per l'Italia in ragione dell'ennesimo, e forse più eclatante, siparietto berlusconiano, nell'espressione del ministro degli Esteri e vice-premier Fini, si legge tutto il senso di un matrimonio scabroso, ma altamente redditizio sul lungo termine.
Nessuno potrà dire che anche allora, nel quinquennio 2001-2006, il leader di An non abbia provato a seppellire Silvio e la sua leadership, impaludando il governo nell'ingovernabilità e nei continui vertici di maggioranza. Ma la prudenza – anche allora – ebbe la meglio, in attesa - magari - che le ragioni anagrafiche riuscissero là dove Gianfranco non era riuscito.
"Le comiche finali" diventano il principio di una nuova avventura
Ma il Cavaliere, complici gli elisir di lunga vita del medico personale Scapagnini e i guai con la giustizia che non lo fanno dormire la notte, al pensionamento non ci pensa proprio. Anche quando, nel dicembre 2007, reduce dalla sconfitta elettorale con Romano Prodi, è dato per politicamente morto.
Berlusconi coglie al balzo la proposta veltroniana di discutere su una legge elettorale che tagli le "ali" delle coalizioni e lancia dal predellino di piazza San Babila a Milano il suo Popolo della Libertà. L'avviso agli ex alleati di governo è chiaro: "Prendere o lasciare".
L'affondo di Fini, durante una convention di An, sarà durissimo: "Se Berlusconi pensa di fare l'asso pigliatutto degli elettori di centro destra è meglio che se lo tolga dalla testa". Dimenticata la Casa delle Libertà e l'alleanza che lo vedeva al fianco del Cavaliere, insiste senza reticenze: "Si sfida il ridicolo quando Berlusconi dice 'bisogna essere uniti', 'bussate e vi sarà aperto'. Qui non siamo al teatrino della politica, ma alle comiche finali". Infatti poco dopo arriverà lo scioglimento di Alleanza nazionale e l'adesione senza condizioni al progetto di partito unico del centrodestra, con un solo leader: Silvio.
Una luna di miele troppo breve. Gli insulti durante la Direzione del Pdl
Ma anche questo ritorno di fiamma non durerà un granché, nonostante il vento in poppa di una vittoria schiacciante alle elezioni del 2008. Dopo mesi di distinguo, botta e risposta, tensioni e logoramento reciproco, la tensione tra i due fondatori del Pdl esplode durante la Direzione dell'Aprile 2010. La rissa si consuma in diretta tv ed ha inizio con l'intervento del presidente della Camera che più volte, rivolgendosi al premier seduto al tavolo di presidenza, ha ripetuto perché il Pdl non gli piace e come migliorarlo. Lui, Berlusconi, decide di replicare senza attendere il proprio turno. E tra i due volano parole pesanti, accuse, provocazioni e insulti. All'Auditorium della Conciliazione va in scena un vero e proprio scontro frontale tra i due leader, soprattutto su Lega e giustizia e che raggiunge il suo apice quando Berlusconi ricorda a Fini che pochi giorni prima, in un incontro alla presenza di Gianni Letta "tu mi hai detto che ti sei pentito di aver fondato il Pdl, che avevi intenzione di costituire gruppi parlamentari autonomi. E' così o no? Perché se è così allora devi lasciare la presidenza della Camera".
Fini, seduto in prima fila, si alza e da sotto il palco sfida il premier: "Sennò cosa fai, mi cacci?". Al di là delle parole sono anche le espressioni dei volti a raccontare ciò che in quel momento accade. Se tra Silvio e Gianfranco non c'è mai stata amicizia vera, in quell'occasione si sancisce l'inizio di una inimicizia senza esclusioni di colpi.
Il luglio delle purghe. Un documento per il divorzio unilaterale
"Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l'on. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito e alla persona del presidente del Consiglio. (...) Per queste ragioni questo ufficio di presidenza considera le posizioni dell'on. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della libertà. Di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L'Ufficio di presidenza del Popolo della libertà ha inoltre condiviso la decisione del comitato di coordinamento di deferire ai probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio". Poche pagine, in un burocratese insolito per un partito senza organi né regole scritte. Ma la rottura, in forma di espulsione, è ormai siglata.
Il divorzio tra i due, una mossa che per Berlusconi, per Fini o per entrambe, si rivelerà probabilmente suicida, diventa un atto ufficiale – il primo – del partito del "predellino".
Il numero uno di Montecitorio replicherà organizzando i "suoi" in un nuovo gruppo parlamentare, in attesa di decidere gli sviluppi della rottura. Nel frattempo, in attesa dell'intervento a Mirabello, l'estate 2010 sarà all'insegna del veleno a mezzo stampa.
Il "mito delle origini". Impunità e leadership
La verità e che è arrivato il tempo dei grandi capovolgimenti. Un tempo in cui entrambe due i leader si giocano il tutto e per tutto: chi la futura leadership di un centrodestra in preda ad una crisi premonitrice di importanti novità; Chi l'impunità vitalizia, per una vecchiaia senza tribunali né giudici. Come ai vecchi tempi, insomma. Un ritorno allo spirito delle origini, i cui caratteri si rintracciano tanto nel matrimonio, quanto nel divorzio. Di mezzo ci sono solo 15 anni di leggi vergogna e qualche capello in più per Silvio.{jcomments on}
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