Obama usi il megafono e non il fischietto
| Vita Politica - Esteri |
di Tina Brown 3 nov 2010 -Una cosa spero che Barack Obama butti a mare stamattina dopo le elezioni di mid-term: tutte le chiacchiere su come cambiare Washington. Un presidente che pensa di poter cambiare Washington è fuori strada quanto il responsabile di una major che pensi di poter cambiare Hollywood. Può dire che è arrivato per portare avanti idee nuove e adattare i grandi romanzi della sua giovinezza, ma alla fine produrrà «I Pirati dei Caraibi IV».
A prima vista sembra proprio che gli elettori sappiano benissimo che tentare di cambiare Washington è una perdita di tempo. Dopo una breve luna di miele con le speranze incarnate da Obama nel 2008, l'elettorato si è rivolto altrove per sperare in qualcosa di concreto. Obama, come continua invano a ribadire, ha fatto molte cose in questi due anni: ha messo fine alla tortura, ha ritirato l'esercito dall'Iraq, ha esteso l'assistenza sanitaria e ha impedito un'altra Grande Depressione – il tutto senza alcun aiuto e dovendo vincere l'opposizione di quei cittadini che si apprestano a godere dei frutti delle sue iniziative politiche. Per questo mi ha irritato leggere questa sua dichiarazione: «chi ricopre questa carica deve ricordare che il successo è determinato tanto dalla politica quanto dalla capacità di tradurre in pratica le proposte politiche e che non ci si può dimenticare né delle pubbliche relazioni né dell'opinione pubblica». Stupefacente che Obama, dal pulpito della presidenza, si metta ora a riflettere su un principio politico centrale: la necessità di creare un consenso popolare intorno al proprio operato.
A cominciare da oggi mi auguro che il presidente la smetta di essere così preso dal desiderio di evitare i manierismi simbolici e cominci a giocare per vincere. Ad esempio, il mito assurdo che lo vuole di religione musulmana, verrebbe facilmente spazzato via se ogni domenica, Bibbia in mano, si recasse con tutta la famiglia nella più vicina chiesa episcopale. Quando, da senatore, viveva a Chicago e cercava di essere più credibile agli occhi della gente di colore, Obama non disdegnava di frequentare la chiesa del reverendo Jeremiah Wright. Vivere la propria fede privatamente, come fa Obama, è l'ennesima forma di fastidioso elitarismo. C'e' poi la tanto decantata rabbia del mondo degli affari. Quando li ha ricevuti alla Casa Bianca avrebbe potuto ascoltare il loro punto di vista sull'economia invece di dare l'impressione di «voler fare una predica». Obama ha letto un discorso sull'economia dinanzi ad un bel numero di finanzieri ed imprenditori dopo di che se n'è andato insalutato ospite. Fin quando non gli ha fatto visita alla Casa Bianca nel mese di luglio, Warren Buffett, uno dei grandi elettori di Obama, nei 18 mesi precedenti non era mai stato interpellato per sapere come la pensava sul mercato del lavoro. Poco cortese oltre che sciocco. Warren Buffett di finanza ne sa qualcosa. Forse Obama pensa che chi lo ha aiutato ad arrivare alla Casa Bianca deve ritenersi soddisfatto per il fatto di aver aiutato il Paese. Ma, come Bill Clinton sapeva fin troppo bene, i rapporti sociali sono uno strumento prezioso. Una notte nella camera da letto di Lincoln è per molti una ricompensa più significativa delle agevolazioni fiscali o dei grossi appalti promessi dai repubblicani.
Sul versante del simbolismo culturale, Barack Obama non è riuscito a compiere il grande gesto. Pensate alla penuria di iniziative artistiche e culturali rispetto a quanto Jacqueline Kennedy seppe fare per il marito Jack. È strano che un presidente così capace nell'arte dello scrivere sia praticamente assente nel mondo dell'arte.
Non ho mai capito perché Obama non ha detto che era finito lo spettacolo carnascialesco di egoismo istrionico e che era necessario tornare ad una repubblica di moderazione e cittadinanza. E in questo contesto non capisco perché non ha reso omaggio alle persone comuni, ai cittadini per bene. Invece di osservare con disprezzo la volgare teatralità del Tea Party o di cercare di arraffare il voto dei giovani con una valanga di programmi televisivi via cavo, Obama dovrebbe rivolgersi alle masse non ai pochi, dovrebbe usare il megafono e non il fischietto. Grandi gesti che hanno enormi ripercussioni. Oltre a tutti quei libri su Abraham Lincoln, Obama dovrebbe leggere qualche biografia di Napoleone Bonaparte. Il generale Bonaparte, che istituì la Legione d'Onore, sapeva benissimo che i soldati combattono tanto per le medaglie quanto per i riconoscimenti morali.
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(Tina Brown è stata direttrice di Vanity Fair e The New Yorker)
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© 2010 RTST, Inc.
From The Daily Beast/Distributed by The New York Times Syndicate
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
03 novembre 2010 da unita.it
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 03 Novembre 2010 12:50)






