di Giuseppe Vespo da unita.it, 3 mar '10 - L'appello è apparso sulle pagine de l'Unità di ieri: «Fermiamo la controriforma del diritto del lavoro». Il manifesto fa riferimento al disegno di legge 1167-B in esame al Senato e finora sono 106 i giuslavoristi, gli avvocati e i professori, che lo hanno sottoscritto.
Nomi pesanti del mondo accademico e politico: da Umberto Romagnoli a Tiziano Treu, passando per Luciano Gallino. tecnicismi per tutti Il testo sembra che parli di tecnicismi per gli addetti ai lavori. Invece tratta temi che riguardano direttamente tutti. Almeno tutti quelli che lavorano, cercano un lavoro o lo cercheranno in futuro. Precari e a tempo indeterminato. In particolare sono due gli articoli messi sotto lente dal manifesto: il 31 e il 32 del suddetto disegno di legge. In soldoni, prevedono due grandi rivoluzioni nel diritto del lavoro: la prima riguarda le controversie tra datore di lavoro e dipendente. La seconda riguarda i tempi per l'impugnazione dei licenziamenti, dei contratti di lavoro a termine o di collaborazione. Il comma nove dell'articolo 31 cancella praticamente il ruolo del giudice del lavoro, e stabilisce che in caso di contenziosi tra il datore di lavoro e il dipendente sia un arbitro a decidere. Come? Attraverso il principio dell'equità, ovvero - secondo chi ha sottoscritto l'appello - «senza il doveroso rispetto di leggi e contratti collettivi». Ma c'è di più: i contratti di cui dovrà occuparsi l'arbitro - che sarà scelto dalle parti - verranno scritti e certificati da apposite commissioni, ovvero da enti bilaterali costituiti da sindacati e imprenditori. E la clausola che stabilisce che le controversie vanno affidate all'arbitro potrà essere aggiunta «anche al momento della stipula del contratto individuale di lavoro». Che vuol dire? Che al giovane che cerca un impiego, l'imprenditore potrà dire: «Ti assumo solo se accetti questa condizione». E il giudice? Che fine fa il togato? Secondo l'appello dei giuslavoristi, il giudice, «anche qualora dovesse continuare residualmente a svolgere la propria funzione, vedrebbe depotenziati i propri poteri in quanto limitati al solo accertamento del presupposto di legittimità dei provvedimenti datoriali, escludendo quindi ogni indagine sulla ragionevolezza degli stessi». In sostanza un timbracarte. Inoltre, continua il testo, «in una materia particolarmente delicata come quella dei licenziamenti, il giudice potrà sentirsi condizionato nella sua autonomia, dovendo tenere conto delle nozioni di giusta causa e giustificato motivo espresse dalle parti in sede di certificazione». Cioè, non dovrà considerare soltanto dei diritti custoditi dal codice civile ma quello che hanno stabilito gli enti che hanno scritto il contratto. Tant'è che l'allarme dei notabili, a questo proposito, aggiunge: «Nozioni che, qualora fossero definite nel contratto d'assunzione, finirebbero per capovolgere i fondamentali del diritto del lavoro, nato per tutelare il contraente debole nel rapporto di lavoro». Insomma, è chiaro chi fa le spese di questa impostazione: «Il risultato è quello di lasciare il lavoratore ancora più solo nella "libera" dinamica dei rapporti di forza con il datore di lavoro, cui viene attribuita la facoltà di deroghe peggiorative rispetto a leggi e contratti collettivi». «Si tratta di un tentativo rozzo di modificare lo Statuto», riassume (nell'intervista accanto) il professore Umberto Romagnoli. A questo va aggiunto che, con l'ultima legge Finanziaria, sono state introdotte delle spese a carico del lavoratore che voglia ricorrere ai giudici. «Contributi» che possono arrivare fino a 500 euro. «In buona sostanza, il governo - si legge sempre nell'appello - pur omettendo di intervenire sull'articolo 18 (contro la cui abolizione scesero in piazza 3milioni di persone, ndr) mira a svuotare dall'interno l'impianto normativo di tutela dei lavoratori».
pubblicato il 21 febbraio 2010 nell'edizione Nazionale (pagina 10) nella sezione "Economia"