Il libro: “La Fiat e gli anni di piombo in Provincia di Frosinone”
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di Denise Compagnone - “La Fiat e gli anni di piombo in Provincia di Frosinone” di Francesco Di Giorgio e Giuseppe Gentile, è un libro che farà sicuramente discutere. Per il tema, raramente finito agli onori della letteratura ciociara, per tanti interessanti documenti, per qualche affermazione controversa. Ne abbiamo parlato, in anteprima, con uno degli autori, Francesco Di Giorgio, sindacalista della Fiom Cgil e protagonista in prima persona delle vicende di quegli anni.
“La Fiat e gli anni di piombo in Provincia di Frosinone” sviscera alcuni degli anni più controversi della storia italiana, ancora oggi oggetto di discussioni. E lo fa dalle finestre dei vari reparti dello stabilimento Fiat di Cassino, un’azienda nuova nel panorama ciociaro, che, involontariamente, arriva a diventare, come da sentenza della Corte di Assise di Cassino, “una struttura di passaggio, un momento intermedio, tra l’attività sindacale e la lotta armata”. Come è nata l’idea di mettere in piedi questo libro? Di trattare un tema così delicato?
La ragione, che poi è anche l’obiettivo del libro, è una sola: far conoscere a tutti e a maggior ragione alle giovani generazioni, fatti che si sono verificati negli anni di piombo. Anche da noi, in Ciociaria. Sono state vicende che ci hanno riguardato tutti ma alle quali non è stato dato mai il giusto rilievo. E invece ci hanno interessato in maniera pesante, è stata una stagione tragica per il nostro territorio. Anzi, addirittura qualcosa in più: questa stagione, infatti, ha coinciso con un momento felice della storia economica della provincia di Frosinone: quella delle grosse delocalizzazioni industriali, in questo caso la Fiat di Piedimonte, che ha dato lavoro a 12mila dipendenti, che ha portato benessere. D’altro canto però paradossalmente questa stagione è stata accompagnata da conflitti, con morti e feriti e proprio la Fiat ha avuto un ruolo importante. Mi sembrava giusto quindi che le nuove generazione sapessero queste vicende. Faccio mio un intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proferito il 9 maggio, giorno della memoria per le vittime terrorismo, il quale spinge a riflettere e a valutare perché le tristi vicende del passato non si ripetano più. Del resto il terreno della democrazia e del dialogo è il più utile e importante per la storia.
Come è potuto accadere che la Fiat, in fondo, all’essenza delle cose, un semplice stabilimento industriale, diventasse un nodo portante dell’attività terroristica in Ciociaria? Come è stato possibile che dalla Fiat si sia arrivati all’omicidio del Procuratore della Repubblica Fedele Calvosa?
Rispondo con le parole di uno terroristi più noti, uno dei primi pentiti, Patrizio Peci. Al processo di Cassino, Peci disse: “Il nostro obiettivo era sconfiggere lo Stato, e la Fiat rappresentava uno dei gangli vitali dello stato”. Certo la Fiat di Cassino era uno stabilimento giovane allora. Non era possibile che la violenza vi nascesse dentro. La violenza è stata di importazione però all’interno della Fiat è riuscita a trovare terreno fertile perché avevamo una classe operaia giovane, che viveva in maniera nuova e difficoltosa questo nuovo modo di essere in fabbrica. E’ stato facile quindi, il gioco delle forze eversive, che sono riuscite ad inserirsi all’interno delle crepe che inevitabilmente si venivano a creare.
Lei in quegli anni è stato protagonista attivo di quelle vicende, visto che era stato nominato dalla Fiom Cgil nazionale responsabile della Flm in provincia di Frosinone, occupandosi quindi in prima persona dei problemi sindacali della fiat di Cassino. Il sindacato come si inseriva in questo contesto, quali difficoltà? Cosa ricorda di positivo e negativo di quelle esperienze?
Il movimento sindacale faceva la sua parte. Alla Fiat di Cassino aveva qualche difficoltà in più, soprattutto derivante dal gestire una situazione nuova. Ricordiamo che lo stabilimento Fiat in Ciociaria ha portato sconvolgimenti, sì positivi, ma comunque sconvolgimenti non di poco conto dal punto di vista sociale ed economico. C’erano situazione nuove che andavano gestite e non sempre il sindacato poteva farcela da solo. C’erano però forze politiche che hanno contribuito a gestire in termini positivi il tutto. Del resto era particolare tutto il periodo, importanti tensioni democratiche, di partecipazione. E’ stato importante quello che abbiamo costruito in questa provincia: il benessere, lo sviluppo, le infrastrutture. E poi, volendo dare un giudizio politico posso dire che allora la concertazione tra le forze sociali, le istituzioni e la stessa politica è stato un momento di dialettica notevole che ha prodotto grandi risultati.
E adesso invece? Adesso che la situazione è del tutto opposta?
Per capire basta fare un flash: prima del 1970 la provincia di Frosinone aveva tutte le vie dell’emigrazione aperte. Poi, la concertazione che ci fu, tra politica, imprenditori e sindacati, ha portato a far sì che molti gruppi industriali dal Nord venissero al Sud, e Frosinone e la sua provincia hanno goduto di questa situazione. Quella stagione, e lo dimostrano le difficoltà economiche ed occupazionali, è un ciclo che si è chiuso, anche in maniera naturale visto com’è cambiato il mercato. Oggi i grandi gruppi abbandonano il territorio. Allora bisogna fare i conti con queste nuove realtà, con l’Europa che non è più quella di una volta. Bisogna tener conto di questa situazioni nuova e bisogna sforzarsi, sempre con la concertazione tra gli enti, di aprire strade nuove.
Ma questi enti, si stanno muovendo in questo momento, per aprire strade nuove?
Non lo so. Voglio sperare di sì perché questa provincia ha risorse culturali, imprenditoriali, di capacità professionali, potenzialmente enormi. Bisogna soltanto tirarle fuori.
Nella prefazione al libro il magistrato Paolo Andrea Taviano scrive che: “[…]quello che avvenne in Italia in generale e nella provincia di Frosinone in particolare, non fu un semplice scontro generazionale figlio della contestazione studentesca sessantottina e dell’ “autunno caldo” ma fu piuttosto un vero e proprio scontro politico che affonda le sue radici in quella atroce e sanguinosa pagina della storia d’Italia che fu la guerra civile degli anni 1943-1945. E’ ben noto, difatti, sia nelle cronache giudiziarie che nella saggistica prodotta in materia, il cordone ombelicale ideologico che ha legato la lotta armata della Brigate Rosse e degli altri gruppi terroristici che gravitavano nell’orbita della sinistra extraparlamentare, alla lotta partigiana degli anni 1943-1945, cordone ombelicale che ha nutrito di odio e di follia le menti dei terroristi, armandone colpevolmente la mano in una furiosa, criminale ed anacronistica utopia rivoluzionaria […]”. Cioè il terrorismo, da quel che si legge, sarebbe figlio della Resistenza? Ricordiamo che la Resistenza ha contribuito alla liberazione dell’Italia; che più che del terrorismo direi che è madre della Costituzione e della nostra democrazia. L’unico legame che potrei ravvisare tra i movimenti è puramente anagrafico. Come è possibile che un magistrato abbia scritto questo?
Non voglio interpretare il pensiero di Taviano, ma presumo che egli abbia voluto riferirsi a fatti acclarati dalla storia e cioè che molti terroristi che hanno raccontato storie, per lo più pentiti, hanno fatto riferimento alla loro matrice ideologica: cattolica per alcuni, vedi Curcio, o di militanza politica nel comunismo per altro. Molti, e basta leggerlo anche negli ultimi libri di Tranfaglia sui terroristi, richiamano alla mente l’importanza sulla loro formazione dei loro nonni partigiani. Alcuni interpretavano la Resistenza come una rivoluzione mancata, e così hanno inteso continuarla. Certo sono esperienze personali dei singoli terroristi, i loro riferimenti alla propria matrice ideologica, non assunti generali. Credo che Taviani volesse riferirsi a questo; presumo che sia così perché non può essere diversamente. La Resistenza è tutt’altra cosa rispetto al terrorismo.
Il 1978 in Ciociaria, come del resto in tutta Italia, vede un’escalation della violenza, con gli attentati a De Rosa, a Porta, e poi al Procuratore Calvosa, tutti ben documentati nel vostro libro. Un vortice che in Ciociaria e in Italia sembrava inarrestabile. Come se ne è usciti?
Bella domanda. Non saprei dire; certo è che quella stagione è ancora oggi in discussione. Per quanto mi riguarda questo lavoro è stato scritto perché non vorrei che la storia degli anni di piombo venga scritta solo dai protagonisti di quelle violenze. Abbiamo scritto documentandoli i fatti, più che interpretandoli. In modo che ogni lettore poi possa trarre le proprie opinioni.
E’ vero senz’altro che di terrorismo oggi scrivono soprattutto i terroristi. E le vittime, e i parenti delle vittime? Che fine hanno fatto? La mettete in evidenza anche voi nelle conclusioni, la necessità della “difesa di Abele”.
Già, quel riconoscimento ai parenti delle vittime e alla memoria stessa delle vittime ancora oggi non è arrivato. Lo dimostra la vicenda di Battisti, che tra l’altro è evaso dal carcere di Frosinone. Dimostra che su questa materia è giusto approfondire. “Resta in essere, in ogni caso, il grande vuoto politico sociale ed istituzionale che va colmato con nuove forme di tutela per tutti gli “Abele” della nazione che continuamente emergono in prima pagina a testimoniare i ritardi che su questo terreno ci sono” (Di Giorgio-Gentile, ivi, p. 203).
Sfogliando il libro emerge prepotente il forte richiamo alla stampa, sia essa quella ufficiale, locale e nazionale, - come ben documentato nell’appendice che riporta i titoli dei giornali di quelle settimane – sia essa quella interna al movimento eversivo, fatta di disegni, volantini, semplici fogli dattiloscritti o anche riviste, come Rosso, per fare un esempio, che ha fatto da collante all’intero movimento – anch’essi tutti riportati in immagini nel libro -. Quanto ha contato la stampa?
Volantini e giornalini hanno avuto un ruolo enorme. Per la stampa ufficiale la riflessione dopo trent’anni è che i giornalisti abbiano un po’ sottovalutato le cose che avvenivano. Fatti importanti ridotti a cronaca nera… e il perché? Non so, a trent’anni di distanza mi rendo conto che allora non tutto è stato colto fino in fondo. Certo tranne qualche eccezione, come la Mafai, per esempio. (Miriam Mafai su La Stampa, dopo l’uccisione di Carmine De Rosa, scrisse: “Nessuno vuole esagerare naturalmente e affermare chela Fiat di Cassino è un covo di Br ma resta il fatto che qui registriamo uno stillicidio di operazioni che testimoniano della presenza e della attività di un gruppo eversivo”, ivi, p.129). Però devo essere sincero: rivivendole adesso quelle storie, nello scrivere questo libro, nel dover fare i conti con i documenti e gli atti ufficiali, devo ammettere che pur essendo stato un protagonista di quella stagione mi pare che allora non ci avevo capito granché. Tanti fatti o mi erano oscuri o non li avevo connessi tra di loro. Che a Frosinone avesse operato il gotha del terrorismo, per esempio, e che tutti i terroristi non hanno mai rinnegato quello che hanno fatto, è una cosa che non si era notato. Che però oggi emerge lampante agli occhi. {jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Sabato 10 Ottobre 2009 17:03)







