Tiananmen, anniversario con bavaglio
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Cina, 20 anni dopo. La piazza inaccessibile, internet sotto controllo, tg censurati. Pechino cancella la storia e continua a perseguitare i sopravvissuti del massacro. Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun accusa: il regime cinese è ancora “dispotico e corrotto”
Rievocazione di Davide Orecchio direttore di rassegna.it
È calato il silenzio. Internet è spenta. Le televisioni fanno finta di nulla. Piazza Tiananmen a Pechino è più che presidiata da poliziotti e paramilitari. In Cina il ventesimo anniversario del massacro di Tiananmen, dove la notte tra il 3 e il 4 giugno l’esercito cinese soffocò nel sangue la rivolta degli studenti uccidendo tra le duemila e le tremila persone, resta tabù. Oggetto di censura e oblio. Mentre tutto il mondo ricorda quella data e una protesta che infuocò la primavera di un Ottantanove destinato a chiudersi col crollo del Muro di Berlino, in Cina si tace o si è costretti a tacere. Il black out è quasi totale. Le versioni cinesi di Cnn e Bbc sono “depurate” di qualsiasi riferimento al 4 giugno di vent’anni fa. Come informa un lancio dell’Agi, non “cinguetta” più Twitter: nessun cinese riesce ad accedere al social network. Anche il provider di posta elettronica Hotmail è stato bloccato da Pechino. E non si possono caricare foto su Flickr. L’associazione Reporter senza frontiere informa che se un cinese prova a fare una ricerca per immagini su Baidu, il più diffuso motore di ricerca del paese, usando le parole chiave “4 giugno”, s’imbatte nella seguente risposta: “La ricerca non è compatibile con le leggi e i regolamenti”. “Il black out sull'informazione è stato così efficace per vent’anni – commenta Reporter senza frontiere - che la gran parte dei giovani cinesi sono del tutto ignari di quel che accadde quella notte”. Le università del paese continuano a omettere l'accaduto e non ricorderanno l'anniversario. In molti sospettano che la censura su internet sia una conseguenza della circolazione sul web delle memorie di Zhao Ziyang, membro del partito comunista che si oppose al massacro ed è morto nel 2005, dopo 16 anni di arresti domiciliari.
Centinaia di poliziotti e soldati – informano sempre le agenzie - hanno stretto piazza Tiananmen in un cordone invalicabile. Il mausoleo di Mao è stato chiuso “per lavori”. Neanche i giornalisti stranieri possono entrare. Le troupe televisive vengono allontanate dagli agenti di sicurezza. E sono aumentati i controlli sugli attivisti sopravvissuti alla strage, o sui loro familiari. L’Ansa scrive che decine di loro sono stati messi agli arresti domiciliari o espulsi dalla capitale. Il dissidente Qi Zhiyong, che perse la gamba sinistra nella strage, è sotto costante sorveglianza e ha mandato un sms all'agenzia France Press informando di essere stato costretto a salire su un'auto che l’ha portato lontano da Pechino. Solamente alcuni famigliari delle vittime e i dissidenti in esilio si sono fatti sentire. “Il dolore rimane vivo nel luogo più profondo del mio cuore”, ha detto Zhang Xianling, 72 anni, co-fondatrice dell'associazione Madri di Tiananmen, che riunisce 120 famigliari di vittime riunitisi per chiedere “la verità”sul massacro, sulle vittime e sui colpevoli. Basandosi sui dati raccolti negli ospedali le Madri credono che le morti quella notte possano essere stati almeno duemila. Proprio la fondatrice dell’associazione, Ding Zilin (una signora di oltre 70 anni che perse il figlio, all’epoca diciassettenne), ha dichiarato di essere stata invitata a lasciare Pechino, e di essersi rifiutata.
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Restano nelle prigioni cinesi più di trenta persone, per i fatti dell’89. Il China Labour Bullettin, organizzazione sindacale indipendente e una delle principali fonti di informazione sul mondo del lavoro cinese fondata da Han Dongfang, che partecipò alle proteste, riporta un elenco delle persone ufficialmente ancora agli arresti o delle quali si sono perse le tracce nelle segrete di Pechino (l’elenco si trova qui).
Amnesty International ha chiesto alle autorità cinesi di svolgere un'inchiesta pubblica e indipendente sulla violenta repressione militare ordinata nel 1989. “Il governo di Pechino - sottolinea Amnesty in un comunicato - ha finora impedito ogni tentativo di fare luce sull'attacco militare che provocò, nel giugno di 20 anni fa, centinaia di morti e feriti. Alla vigilia del ventesimo anniversario delle proteste, le autorità hanno ulteriormente intensificato il giro di vite contro attivisti e avvocati. In assenza di dati ufficiali da parte del governo, diverse Organizzazioni non governative stimano che tra 20 e 200 persone siano tuttora in carcere per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni per la democrazia del 1989”.
Tutti appelli finora caduti nel vuoto, e nel disinteresse della Cina contemporanea. “Il governo è riuscito a sopprimere la verità su quanto avvenne quel giorno – spiega Han Dongfang in un editoriale -. I giovani oggi non hanno a cuore il destino del loro paese, o della democrazia e della libertà tanto quanto l’avevano i ragazzi dell’89. Vogliono solo un buon lavoro, ben pagato, sognano di comprarsi una macchina e una casa il prima possibile”.
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Ultimo aggiornamento (Giovedì 04 Giugno 2009 18:34)







