La crisi dell’uguaglianza danneggia tutti
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Intervista a Marco Revelli di Paolo Andruccioli da rassegna.it - Tra i primi e gli ultimi si è aperto un abisso. Ma una società moderna non può vivere senza un minimo livello di uguaglianza. Lo potevano fare le società Ancien Régime, strutturalmente gerarchiche. Non una società mobile come la nostra.
L’uguaglianza è in crisi, la disuglianza cresce sempre di più. Sarà brutale, ma sono le evidenze di tutti i giorni a dimostrarcelo. La globalizzazione e la sua terribile crisi, il postfordismo, le difficoltà degli Stati nazione, l’indebolimento delle istanze politiche delle tradizioni socialiste e cattolico-sociali: tutto sembra insieme causa ed effetto di questa realtà. Su questi temi abbiamo ragionato con Marco Revelli, sociologo di razza, che non è per nulla ottimista, e che avverte: o l’idea dell’eguaglianza saprà fare un salto di scala, e misurarsi con l’idea-limite di un’uguaglianza globale, o continuerà a estenuarsi insieme a quel modello di Stato nazione che l’aveva sostenuta finora”.
Il Mese Insomma, pare proprio che il concetto di uguaglianza, elemento fondante della modernità politica, abbia esaurito la sua spinta propulsiva?
Revelli Temo di sì. Fa impressione dirlo, ma penso davvero che l’uguaglianza non goda più, oggi, di grande popolarità. Non solo perché ce n’è sempre meno, di fatto: le società contemporanee – sia sviluppate, sia in via di sviluppo – sono società sempre più “lunghe”: le distanze in termini di reddito e di potere d’acquisto vanno crescendo, in alcuni casi esponenzialmente. Tra i primi e gli ultimi si apre un abisso. Per non parlare del “villaggio globale”, di quello spazio unificato planetario creato dalla globalizzazione nel quale la caratteristica più evidente è la disuguaglianza. Inoltre, l’uguaglianza non è più vissuta da una parte crescente di popolazione come un valore: esiste una fuga mentale dal progetto egualitario. C’è piuttosto una domanda di “distinzione”, come si vede dai comportamenti quotidiani. Un bisogno di differenziarsi dal proprio vicino, dal proprio simile. Restiamo una società di massa, sempre più massificata e omologata; consumiamo tutti le stesse merci, ma – e qui sta il paradosso – l’aspirazione è quella di distinguersi dagli altri proprio attraverso il valore simbolico di quelle merci. Di fare delle merci il mezzo di “distinzione”, quello che ci può porre un gradino, sia pur piccolo, al di sopra dell’altro, di farci uscire dall’anonimato, di “identificarci”. È uno dei paradossi della società dei consumi “postmaterialistici”: delle società che hanno superato, o si illudono di averlo fatto, il livello della soddisfazione dei bisogni essenziali (cibo, vestiario, servizi essenziali alla sopravvivenza) e sono entrate in quella che è stata definita dei “bisogni postmaterialistici”: non si vuole più un pari accesso a beni ritenuti vitali ma un’ostentazione differenziata di beni superflui, di valori “voluttuari” – quelli che ci offrono appunto la voluttà dell’individualità, l’illusione dell’“unicità”, il piacere dell’“esclusività”. Non più l’uguale, ma l’esclusivo è diventato il fattore motivante della competizione sociale, giocata non tra gruppi, collettivi, “classi”, ma tra individui. Tra atomi competitivi e talvolta anche “predatori”.
Il Mese Esistono tre tipologie di uguaglianza: l’uguaglianza giuridica, l’uguaglianza politica e l’uguaglianza sociale. Sono tutte in crisi?
Revelli Ho paura che la crisi da abbandono colpisca tutti e tre i tipi di uguaglianza. Certamente quella sociale, l’uguaglianza legata ai “diritti di terza generazione”, come diceva Bobbio. Ma anche il secondo tipo di uguaglianza: l’uguaglianza politica, quella che ha strutturato la nostra modernità e che è stata alla base dei movimenti democraticie delle loro conquiste: l’idea di una partecipazione alle decisioni politiche, e dunque alle scelte pubbliche, aperta al numero più ampio possibile di cittadini e tendenzialmente a tutti. Il principio che la partecipazione alle decisioni impegnative per tutti deve essere paritariamente garantita a ognuno, se non in forma diretta per lo meno attraverso il meccanismo della rappresentanza politica. Anche su questo piano le nostre società si stanno spaccando, tra un’oligarchia che decide sempre più diversa e distante dalla propria società e sempre più autonoma nei propri movimenti, e una massa indifferenziata d’elettori impotenti per la maggior parte del tempo a controllarne effettivamente gli atti. Non più cittadini, ma spettatori. Non più rappresentati, ma, nella migliore delle ipotesi, utenti di una classe politica sulla quale il giudizio può essere espresso solo a fine mandato. La crisi della rappresentanza politica è davanti agli occhi di tutti, con il declino dei grandi partiti di massa, delle vecchie strutture organizzate che funzionavano da corpi intermedi, con la riduzione della sfera pubblica a sfera mediatica (spettacolarizzazione). Persino il primo tipo d’uguaglianza – primo perché cronologicamente si affermò prima di tutti, fin dal Settecento –, l’uguaglianza giuridica, il principio secondo cui, diversi in tutto, siamo comunque tutti eguali davanti alla legge, appare oggi appannato. Difficile da proteggere in uno spazio in cui sono sempre di più i potenti (individui e gruppi) che si muovono al di sopra della legge, in spazi in cui il diritto comune non arriva o è reso inefficace. Siamo entrati nel tempo delle oligarchie irresponsabili, e i consolidati apparati che nel passato ci garantirono contro i loro arbitrii sono estenuati. Non cancellati, ma deboli di fronte a poteri che invece sono cresciuti a dismisura.
Il Mese Sappiamo che a differenza di altri princìpi fondanti, l’uguaglianza non è un prodotto naturale. È un fatto legato alla ragione. Che cos’è successo dunque di tanto potente da minare l’universalità di tale principio?
Revelli È così. L’uguaglianza non si trova in natura. Dal punto di vista della nostra condizione materiale, della struttura del nostro soma, della corporeità e del modo concreto di essere nel mondo noi siamo differenti: chi è biondo e chi è bruno, chi è grasso e chi è magro, chi è vecchio e chi è giovane, chi è alto e chi è basso, chi è brillante e chi è timido, chi è umile e chi è prepotente, chi è acculturato e chi è ignorante. Se ci mettiamo in un cantuccio e guardiamo sfilare i nostri simili, ci accorgiamo a prima vista che non sono tra loro simili per nulla. Che la differenza è la regola. In fondo, nessuno è da questo punto di vista, come “persona totale”, eguale a nessun altro, neppure a se stesso se considerato nel volgere del tempo. Per questo l’uguaglianza non è un dato di natura, ma è un prodotto di ragione. È il risultato di un’operazione mentale: pur nella diversità di tanti aspetti, considero un determinato gruppo di uomini “eguali” ai fini dell’assegnazione di un qualche “diritto” perché condividono un qualche aspetto (uno tra tanti) che giudico significativo. Per esempio l’attribuzione a tutti del diritto al rispetto dei diritti fondamentali come quello di libertà (l’habeas corpus); oppure posso giudicare il fatto di possedere tutti lo status di “cittadini” una condizione per accedere ad alcuni diritti sociali, come il diritto al lavoro, alla casa, alla salute. L’approccio egualitario è comunque il prodotto di un atto complesso della ragione. L’effetto di un ragionamento che va oltre l’immediatezza del dato sensibile. Ed è un prodotto sociale: riguarda gli uomini considerati nei loro reciproci rapporti, nelle loro interazioni, e il modello di società che si desidera e che si considera giusto. Potremmo dire che la crisi del valore dell’uguaglianza è correlata in qualche modo con la doppia crisi della ragione e della socialità che stiamo attraversando. Del ritorno dell’irrazionale, dell’immediatezza, dell’emotività che caratterizza il cosiddetto postmoderno. E insieme del processo di individualizzazione, con il prepotente affermarsi di un individualismo tendenzialmente egoistico e autoreferenziale.
Il Mese Per il movimento operaio internazionale e per i partiti della sinistra l’uguaglianza è sempre stata fondamentale. Che cosa succede ora? Si può spiegare la crisi della sinistra e – anche se in termini diversi – dei sindacati facendo riferimento alla crisi del potere trainante dell’uguaglianza?
Revelli Non c’è dubbio che la crisi ormai conclamata della sinistra – di tutte le sinistre – abbia a che fare con questo crepuscolo dell’uguaglianza. Così come non c’è dubbio che la crisi politica e culturale della sinistra non solo italiana ha approfondito e accelerato questa tendenza all’abbandono del principio egualitario e la sua crescente difficoltà ad essere speso sul mercato politico. Allo stesso modo sono convinto che la profonda trasformazione socioproduttiva ed economica degli ultimi due, tre decenni (il postfordismo) abbia inferto un colpo assai grave al progetto egualitario. La struttura sociale fordista, il suo modello di fabbrica e il rapporto che i processi produttivi stabilivano con l’ambiente sociale circostante erano uniformanti. Tendevano a livellare, omologare, standardizzare, non pareggiare ma comunque a ravvicinare grandi masse di uomini ponendoli in una condizione comune, costringendoli a rivendicazioni comuni e a forme di organizzazione collettive. La fase successiva, con l’offuscarsi del ruolo produttivo, l’affermarsi in primo piano del ruolo del consumo e del marketing, la dispersione della produzione in un reticolo di piccole unità e in filiere sempre più lunghe e ramificate (soprattutto con l’emergere prepotente della dimensione finanziaria) ha cambiato tutto. Il postfordismo, con il primato della figura del consumatore su quella del produttore, del finanziere su quella del vecchio imprenditore schumpeteriano tecnicamente innovatore, dell’apparire sull’essere ha rovesciato tutto ciò. Ha reso sempre più difficile, se non improba, l’azione comune, l’organizzazione collettiva, la rivendicazione e il conflitto sociale, lasciando in qualche modo gli individui “nudi”. La precarizzazione della produzione e della vita sociale è parte integrante della crisi dell’uguaglianza.
Il Mese I processi storici, per fortuna, sono sempre contraddittori. Come spieghi la battaglia del presidente Obama per l’estensione della sanità pubblica? E come si spiega l’opposizione sociale e culturale degli americani alla stessa riforma di Obama?
Revelli Ci sono segnali positivi, soprattutto da quegli Stati Uniti da cui era partita, qualche decennio fa, l’ondata iperliberista e che, avendone provato in forma più estrema le conseguenze sociali, sembrano aver prodotto anche gli anticorpi per uscirne. Il messaggio che il nuovo presidente ha lanciato va in questa direzione. Ma le resistenze sono forti e non limitate all’establishment o alle grandi corporation, alle bande di supermanager e di super ricchi, ma radicate in una parte ampia di popolazione a dimostrazione di come la sfera della mentalità collettiva, dell’immaginario sociale e dell’ideologia sia profondamente colonizzata dal mito della distinzione. Dal bisogno di differenziarsi, interpretato come complemento e addirittura ingrediente fondamentale della Libertà.
Il Mese A livello concettuale, teorico, quali differenze si possono individuare tra l’aspirazione all’uguaglianza sociale, giuridica e politica e la solidarietà. Quali rapporti politici e culturali si possono individuare tra le matrici socialiste e cattoliche della politica moderna?
Revelli Direi che mentre l’aspirazione all’uguaglianza sociale implica come obiettivo la formazione di una società di “pari grado”, di donne e di uomini differenti tra loro ma non molto distanti l’uno dall’altro per accesso a beni, servizi, diritti, la solidarietà opera – e in modo tanto più efficace – tra diversi: tra persone o gruppi comunque posti su livelli differenti. L’uguaglianza implica un riavvicinamento delle rispettive posizioni sociali; la solidarietà comporta l’attivazione di un rapporto tra figure tra loro anche molto lontane. Anzi, è tanto più importante e significativa quanto è forte la distanza che si supera nello stabilire quella relazione di sostegno. Potremmo dire che la solidarietà è tanto più importante – e necessaria – quanto minore è l’uguaglianza. E che la solidarietà diminuisce il proprio peso strategico quanto più le società si fanno egualitarie. Potremmo anche aggiungere che la solidarietà è uno dei mezzi principali per raggiungere il fine di una qualche uguaglianza. Senza solidarietà il discorso sull’uguaglianza non nasce neppure. I due grandi movimenti sociali che hanno segnato la modernità egualitaria sono indubbiamente quello socialista e quello cristiano (il cristianesimo sociale), la cui crisi attuale è il segno della difficoltà del principio egualitario nell’epoca della distinzione.
Il Mese Perché dobbiamo ritenere negativo – in generale – l’aumento della disuguaglianza sociale?
Revelli La forma più estrema – e più mostruosa – della crisi del principio di uguaglianza è l’attuale ostilità per il “diverso”. La xenofobia che serpeggia sempre più nelle pieghe delle nostre società. Il vero e proprio razzismo. La pratica dell’esclusione. L’esclusione è la forma più aperta di disuguaglianza. E sta diventando una regola nei nostri atteggiamenti politici, nella nostra legislazione, nelle retoriche politiche prevalenti. Essa mina alle radici la coesione sociale. Colpisce a morte il nostro tessuto connettivo. Apre un processo di successive identificazioni in gruppi sempre più piccoli e sempre più estranei e ostili tra loro. Una società modernizzata non può vivere senza un minimo livello di uguaglianza. Lo potevano fare le società di Ançien Régime, strutturalmente gerarchiche, basate sulla reverenza e l’assunzione di differenze. Non una società mobile come la nostra. Il trionfo della mentalità disegualitaria e del meccanismo tossico dell’invidia sociale significa il ritorno di una dimensione barbarica e la rottura di tutti i legami sociali.
Il Mese Come possiamo pensare a una ripresa di vitalità del concetto di uguaglianza? E quali differenze di prospettiva vedi tra la crisi del concetto di uguaglianza nel campo politico e la crisi nel mondo dei sindacati?
Revelli Credo che l’andamento della crisi produrrà un’accelerazione nella produzione di veleni antiegualitari, ma forse anche, per restare al motto secondo cui “là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”, a un rilancio del bisogno di uguaglianza. Finora l’umanità si è salvata dalle proprie tendenze suicide grazie a questo meccanismo virtuoso. Speriamo che il miracolo si ripeta. La globalizzazione è un elemento decisivo per spiegare tutti i fenomeni su cui ci siamo soffermati qui. Non solo per la crisi dei sindacati a livello planetario, ma per gli effetti contraddittori sulla sostanza stessa del principio di uguaglianza. A ben guardare, considerando i secoli che ci stanno alle spalle – il percorso della modernità egualitaria – il principio di uguaglianza si è affermato e ha trovato strumenti istituzionali utili alla sua realizzazione nel contesto dello Stato nazione. È dentro quel “contenitore” che l’uguaglianza è cresciuta. La sfida lanciata dalla globalizzazione alle prerogative dei “vecchi” Stati-nazione è una sfida al valore dell’uguaglianza: o saprà fare un salto di scala, e misurarsi con l’idea-limite di un’uguaglianza globale, o continuerà a estenuarsi insieme a quel modello di Stato che l’aveva sostenuta finora. {jcomments on}
23/09/2009
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Ultimo aggiornamento (Lunedì 28 Settembre 2009 16:28)







