A 10 anni dall'11 settembre

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Vita Politica - Analisi, Orientamenti e Storia

twins-towers_qu130Redazione - La guerra al terrorismo lanciata dagli Usa non è ancora finita. Ma Iraq e Afghanistan sono un fallimento. Anche Al Qaeda ha perso. E milioni di arabi in rivolta snobbano la "democrazia esportata" da Bush. Sono passati già dieci anni dal tragico evento che ha sconvolto il mondo, ma nonostante questo tempo sembra che l'attentato continui a mietere vittime.

Le matricole che tra pochi giorni si siederanno sui banchi delle università americane non avevano ancora finito le scuole elementari l'11 settembre del 2001. Quello che avrebbe fatto il loro paese in reazione a quegli attacchi era stato elaborato alcuni anni prima della loro nascita o mentre loro imparavano a parlare.

Secondo uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista medica "The Lancet" altre conseguenze negative avrebbe causato l'attacco tra le quali vengono inclusi anche i carcinomi conseguenti all'esposizione alla nube tossica sollevata dal crollo delle Torri Gemelle. Tra le persone maggiormente coinvolte, inevitabilmente vi sono i vigili del fuoco, oggi icona dell'eroismo per tutta la popolazione americana e non solo.

In seguito all'attacco, oltre ai due grattacieli, furono distrutti oltre 50mila computer contenenti sostanze fortemente cancerogene che si polverizzarono nell'aria circostante, liberando nell'atmosfera la loro tossicità. Se a subirne le conseguenze è stata, in generale, tutta la popolazione della città - di recente è stato stimato che l'influenza nociva sia arrivata a toccare il New Jersey - i danni peggiori, secondo quanto pubblicato su "The Lancet" - la più attendibile ricerca condotta fino a oggi in materia – sono stati subiti dai vigili del fuoco che parteciparono ai soccorsi al World Trade Center con il 19% di probabilità in più di ammalarsi di tumore rispetto ai colleghi che furono esclusi dalle operazioni.

La ricerca è stata realizzata dallo stesso celeberrimo "New York Fire Department" che ha preso in analisi un campione di quasi 10mila pompieri, con precisione 9.853, e i risultati hanno confermato un aumento del pericolo di tumori di qualsiasi tipo che lungi dal voler essere un vero e proprio allarme di una'epidemia è solo l'attestazione di un maggior rischio di poter contrarre malattie gravi.

Un altro studio, condotto dalla Scuola di medicina Mount Sinaï di New York, ha stabilito, infatti, che tra i pompieri che lavorarono nel 2011 dopo l'attentato presso il World Trade Center il 28% soffre d'asma, il 42% di sinusite, il 39% di reflusso gastro-esofageo. Ancora, quasi la metà di loro ha capacità respiratorie compromesse, il 28% soffre di depressione, il 32% di stress post-traumatico e il 21% di panico.

E se in America tale studio ha già aperto un serio dibattito sull'indennizzabilità delle patologie per chi si espose alla nube post attentato, tant'è che si discute per un'estensione della tabella delle malattie risarcibili con il fondo ("September 11th Victim Compensation Fund"), creato dal governo federale per il trattamento, il risarcimento e il monitoraggio di chi soffre di problemi di salute in conseguenza di Ground Zero - che però esclude ancora i tumori dalle patologie indennizzabili -, anche perché per ora la scienza ufficiale ha escluso nessi tra attentato e neoplasie o cancri, vi è da dire che anche in Italia i Vigili del Fuoco, sono esposti, specie nella stagione estiva, ma non solo, all'esposizione a fumi che troppo spesso hanno contenuto tossico, ma non ci risulta che le tutele predisposte siano adeguate rispetto allo straordinario e pericoloso lavoro che quotidianamente svolgono.

Ma danni eccezionali continuano su piano della politica internazionale delle relazioni fra paesi e diversità del mondo. Cosa è successo dopo il crollo delle Twin Towers (Torri Gemelle)?

Tre giorni dopo gli attacchi, il Congresso avrebbe garantito con una risoluzione congiunta approvata a larghissima maggioranza una quasi totale carta bianca a George W. Bush, dandogli l'autorizzazione "ad usare tutta la forza necessaria ed appropriata contro quelle nazioni, organizzazioni o persone che lui determini abbiano pianificato, autorizzato, commesso o aiutato gli attacchi terroristici dell'11 settembre".

Mentre queste ragazze e questi ragazzi cominciavano a leggere i primi romanzi, una legge approvata sempre a larghissima maggioranza, il "Patriot act", avrebbe creato un sistema di sorveglianza di massa e permesso le "consegne straordinarie" (extraordinary renditions) di sospettati di terrorismo nelle mani di servizi segreti di Paesi del terzo mondo "amici" e dove era permessa la tortura. L'11 settembre aveva cambiato l'America, la sua politica estera e il suo modo di fare la guerra.

Le matricole del 2011 avevano solo 10 anni quando, nel 2002, il loro governo emanò una nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale che faceva degli attacchi militari preventivi agli stati sponsor del terrorismo il suo asse principale. La decisione su chi e quando colpire, ovviamente, spettava al presidente e ai suoi stretti consiglieri.

Durante il loro primo anno di scuola media, il paese si sarebbe imbarcato in una delle sue guerre più lunghe e gravide di sconfitte: fu soprattutto in nome dell'11 settembre che venne dichiarata guerra all'Iraq, per ritirarsi solo nel 2011 lasciando dietro di sé un dittatore in meno e uno stato "semi-fallito" in più. In realtà quella guerra era stata già pensata dagli stessi conservatori e neoconservatori americani a metà degli anni '90, con la creazione del Progetto per un Nuovo Secolo Americano (PNAC, qui il loro appello al presidente Clinton del 1998).

La guerra al terrorismo dichiarata dopo l'11 settembre (e in nome delle vittime di quel giorno) aveva radici ancora più lontane nel tempo. Nel suo "The Rise of the Volcans", lo storico e giornalista americano James Mann ripercorreva i passi di alcuni membri fondamentali del "gabinetto di guerra di George W. Bush": la maggior parte di loro aveva fatto le prime esperienze politiche e di governo negli anni 70, criticando la distensione con l'Urss in nome di una politica estera che non facesse compromessi con regimi considerati moralmente riprovevoli e poggiasse invece su una solida e incontrastata superiorità militare.

La presidenza Reagan e i primi attacchi terroristici contro gli americani avevano permesso ad alcuni di loro di trasferire questo atteggiamento alla politica mediorientale dove avevano trovato in Gheddafi il nemico perfetto: sovversivo e amico dei sovversivi, pazzoide e apparentemente irrazionale, ferocemente antioccidentale, cliente dell'industria sovietica degli armamenti e nemico giurato di Israele, crudele con il suo popolo, intenzionato a dotarsi di armi di distruzione di massa.

Proprio nella lotta contro il Colonnello vennero elaborate alcune delle idee chiave utilizzate dopo l'11 settembre 2001: la visione del terrorismo come una forma di guerra alla quale bisognasse rispondere con la guerra; la necessità degli attacchi preventivi, dando pieni poteri al presidente per decidere tempi e obiettivi; l'individuazione del problema del sostegno statale ai terroristi come nodo centrale della questione. Già allora Gheddafi, nelle dichiarazioni americane, faceva parte della "Lega del Terrore" degli Stati che sostenevano i terroristi, quella che nel 2002 sarebbe diventata l'Asse del Male.

E' solo un'ironia della storia che la caduta di Gheddafi avvenga oggi, quando la guerra al terrorismo sembra finita. Sembra, perché in realtà, nonostante le dichiarazioni in tal senso di Obama e i ritiri da Afghanistan e Iraq, essa ha solo cambiato volto: continua con gli attacchi di droni telecomandati in Pakistan, Somalia e Yemen. Grazie al fatto che questi piccoli aerei portano sì bombe ma non soldati, non c'è bisogno di autorizzazione da parte del Congresso e tutto avviene, sostanzialmente, senza grande pubblicità e senza discussione pubblica.

La battaglia non è finita, quindi, ma è terminata solo la sua parte "formale": quella in cui uno Stato dichiarava guerra ad un altro Stato e schierava il suo esercito regolare. E, forse proprio per questo, perdeva. L'America dieci anni dopo l'11 settembre non è più quella "iperpotenza" solitaria che poteva permettersi di attaccare l'Iraq avendo contro mezzo mondo. E' un paese in declino che, mentre lo sviluppo economico si spostava verso la Cina, l'India o il Brasile è arrivato a combattere fino a tre guerre contemporaneamente in Medio Oriente e anche per questo si è indebitato fino al collo.

Neanche i fondamentalisti islamici, però, possono dire di aver vinto la parte formale della guerra al terrorismo. Hanno perso l'Afghanistan senza conquistare concretamente nessun altro paese, se non alcune province dello Yemen o qualche area della Somalia e del Pakistan. Il loro leader è stato ucciso, ma soprattutto la loro causa è passata in secondo piano.

Dieci anni dopo l'11 settembre, quando le matricole americane di quest'anno finivano le scuole superiori, milioni di arabi si sono rivoltati non in nome della guerra santa ma per avere democrazia. I partiti islamici oggi dati per favoriti in Egitto e Tunisia, come ci spiegano gli esperti Hussein Agha e Robert Malley, cercheranno di imitare l'esempio turco, "moderato" e democratico, piuttosto che quello talebano. E chi ancora nella regione ha paura a sollevarsi, come i cristiani siriani, è perché teme di fare la brutta fine degli iracheni non-mussulmani a seguito, proprio, della guerra al terrorismo combattuta dagli USA in nome dell'11 settembre.

fonte rassegna.it, Mattia Toaldo 9 set 2011

 



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Ultimo aggiornamento (Sabato 10 Settembre 2011 10:24)

 
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