Crisi di governo e diktat europei
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di Alfonso Gianni da ilmanifesto del 3 dic 2010 - Nella maggioranza sono tutti con il fiato sospeso per vedere che esiti darà il mercato di Montecitorio in termini di numeri sul voto di fiducia del 14 dicembre. Il giorno dopo, il 15, si riunisce il Consiglio europeo ove dovrebbero approdare le proposte già assunte dalla Commissione europea in materia di rientro dal debito pubblico. In quell'occasione potrebbe venire richiesto all'Italia, che vanta dopo la Grecia il debito pubblico più alto, oltre il 118% del Pil, un ancora più brusco avvicinamento al fatidico 60% nel rapporto debito/Pil. leggi tutto
Se così fosse è evidente che la manovra di luglio e la legge di stabilità di questi giorni non basterebbero. Gli umori politici, si sa, sono variabili per definizione. Sta di fatto che il pendolo che fino a pochi giorni fa oscillava vistosamente verso le elezioni anticipate ha rallentato i suoi movimenti, pur non avendo ancora cambiato direzione. Può essere la quiete che precede la tempesta.
Più probabilmente nella maggioranza sono tutti con il fiato sospeso per vedere che esiti darà il mercato di Montecitorio in termini di numeri sul voto di fiducia del 14 dicembre. Ha certamente anche pesato l'intervento del capo dello Stato che raccomanda prudenza in ragione della gravità della crisi economica e delle imminenti scadenze internazionali. Tra queste ultime ve ne è una certamente destinata a pesare non poco sulle vicende italiane, almeno quanto - se non più - l'esito sul voto di fiducia del 14 dicembre.
Il giorno dopo, il 15, si riunisce il Consiglio europeo ove dovrebbero approdare le proposte già assunte dalla Commissione europea in materia di rientro dal debito pubblico. In quell'occasione potrebbe venire richiesto all'Italia, che vanta dopo la Grecia il debito pubblico più alto, oltre il 118% del Pil, un ancora più brusco avvicinamento al fatidico 60% nel rapporto debito/Pil. Se così fosse è evidente che la manovra di luglio e la legge di stabilità di questi giorni non basterebbero. Ci vorrebbe una manovra suppletiva nella prossima primavera per un'entità presumibilmente superiore ai già vagheggiati 25 miliardi di euro.
E' evidente che solo un governo dotato di grande autorevolezza e compattezza interna potrebbe garantire un simile passo. Da questo punto di vista le probabilità di una sopravvivenza dell'attuale esecutivo sono pari a zero, anche se per il rotto della cuffia passasse l'ostacolo del voto parlamentare del 14 dicembre. Ci vorrebbe un governo fondato su una nuova maggioranza, definita da un passaggio elettorale inequivocabile. C'è invece chi lavora per un governo di salute nazionale, il cui scopo principale sarebbe in realtà non tanto la riforma elettorale, quanto l'applicazione delle direttive economiche europee.
La Presidenza della Repubblica ha recentemente sottolineato che i governi "tecnici" precedenti (che poi hanno operato in modo assai più politicamente incidente di altri), ossia quelli di Ciampi e di Dini, sono nati non certo in contrasto con i rapporti di forza parlamentari esistenti. Dini fu addirittura indicato da Berlusconi stesso. Osservazione ineccepibile, solo che potrebbe preludere alla scelta di una nuova figura di premier che tolga dalla scena Berlusconi, ma che non sia inviso alla maggioranza e al blocco elettorale di riferimento che fin qui lo ha sostenuto e che soprattutto sia gradito ai mercati finanziari e agli organi di comando della Ue. Non mette conto scervellarsi sul nome di una simile figura, anche se non sarebbe difficile indovinare poiché la scelta è ristretta, quanto evidenziare un micidiale pericolo per le forze del centrosinistra e di alternativa. Le quali farebbero bene a non concentrarsi solo sulle alleanze e le loro modalità, ma porsi il problema di come rispondere all'eventuale diktat europeo. Altrimenti, anche nel caso di vittoria elettorale, si troverebbero nella spiacevole situazione nella quale si trova oggi Papadopulos che deve cavare le castagne dal fuoco acceso dalla politica delle destre, pagandone in prima persona un prezzo altissimo. D'altro canto in Italia abbiamo già pagato lo scotto di una politica appiattita sui parametri di Maastricht, quale quella di Tommaso Padoa Schioppa.
Joseph Halevi accusa la sinistra, compresa quella extraparlamentare, di non capire nulla di capitalismo: ingeneroso, ma non lontanissimo dal vero. Cominciamo almeno a dire che questa crisi non è frutto del debito pubblico ma di quello privato, alimentato per potere smaltire la sovrapproduzione di merci. Quindi il risanamento a tappe forzate del debito, tagliare la spesa pubblica non risolve la crisi, la aggrava.
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Ultimo aggiornamento (Sabato 04 Dicembre 2010 10:34)






