Enrico Berlinguer, 25 anni dopo è attualissimo e straordinario anticipatore

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Vita Politica - Analisi, Orientamenti e Storia

Era l'11 giugno del 1984 quando Enrico Berlinguer moriva. Le immagini del malore durante un comizio a Padova, i giorni d'agonia e la marea umana che invase Roma per i funerali del leader comunista segnarono una pagina di storia d'Italia. Oggi, a distanza di 25 anni, sono molti a pensare che quell'eredità non dovrebbe cadere nell'oblio e spuntano tante cermonie organizzate per ricordarlo. Ufficiali e non solo. Noi lo ricordiamo ripropronendo una sua intervista a l'Unità.
“Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese." (Indro Montanelli) Enrico Berlinguer: il computer e il “ sol dell'avvenire” Che profeta! - intervista ripubblicata da dazebao.org
Nell'intervista rilasciata all'Unità nel dicembre del 1983 il segretario del Partito comunista affronta le tematiche dell'innovazione tecnologica, dei nuovi mezzi di comunicazione, dei profondi mutamenti che questi provocheranno nella vita delle persone, dei riflessi sull'organizzazione della società, delle forze politiche, del Partito comunista. Ne riportiamo ampi stralci che danno il segno della attualità del pensiero di Enrico Berlinguer e della questione comunista.

Tu come vedi il futuro di questa terza rivoluzione industriale: come un futuro di libertà o come un futuro di autoritarismo?

Credo che l'atteggiamento più corretto di fronte a certe nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle in partenza come neutrali. L'esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sé, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro: io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte un uso della microelettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici dominanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall'altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà (…) Oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria crisi del mondo. Viviamo in un'epoca per molti aspetti suprema della storia dell'uomo sia per le possibilità che per i rischi. L'allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l'elettronica ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l'aria che respiriamo, l'atmosfera e la troposfera della terra. Grava infine sull'umanità l'incubo di una crescente insufficienza delle risorse alimentari (…)

Insistiamo ancora sul tema dell'elettronica. Come deve prepararsi il partito ad affrontare questa nuova epoca?

Innanzitutto bisogna impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni. A tutti i livelli. Su questa base bisogna poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini. Ma bisogna anche saper vedere i problemi che si pongono per la composizione sociale del partito. Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale. Le congiunture economiche possono, di volta in volta, accelerare o decelerare questa tendenza. Con le lotte sindacali e politiche si deve poi intervenire n questi processi, per evitare che essi assumano un carattere selvaggio e si risolvano in un danno per i lavoratori.
Ma la tendenza è quella. Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione. Secondo me non è così. A condizione che si sappiano individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista altri strati della popolazione che assumono, anch'essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori. Sono anch'essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani.

Si può arrivare a dire che i lavoratori intellettuali sostituiranno la classe operaia tradizionale?

È una domanda che si spinge molto avanti nel tempo. Forse avanti di alcuni decenni. Comunque già oggi i processi industriali spingono a far sostituire da questi strati notevoli settori di classe operaia. Mi pare però che sia assolutamente da respingere l'idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica.

Ma in un mondo nel quale le informazioni, anche le più sofisticate, possono arrivare direttamente nelle case della gente, resisterà il partito di massa? Avrà ancora un senso un partito che costruisce un proprio sistema autonomo di informazione con gli iscritti? L'elettronica non spezzerà il circuito della partecipazione?

La questione esiste ed è anche più ampia di quella che tu poni. Non riguarda solo il PCI e i partiti di massa ma riguarda il destino e le possibilità stesse dell'associazione collettiva. Io francamente credo che questa esigenza sia una esigenza irrinunciabile dell'uomo e continuerà ad esistere anche se in forme diverse dal passato. La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l'essenza della vita democratica. Ma già si parla di "democrazia elettronica": la gente risponde da casa ai quesiti posti sul video dall'amministrazione.. La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell'uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica (…)

Uno slogan che fa parte della cultura socialista e comunista parla del "sol dell'avvenire". Da raggiungere, da conquistare, nel quale credere. In una civiltà in cui angoscia e segni di morte sembrano prevalere, ha ancora senso questo slogan?

Intanto c'è un paradosso: sul sole dell'avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti: infatti uno degli orizzonti più ricchi che si può aprire per uomo nasce proprio dalla possibilità di una piena utilizzazione dell'energia solare. Ecco un modo scientifico di rifarsi ancora all'idea del "sol dell'avvenir"! Ma tolto tutto quello che di utopistico, che pure nel passato questo slogan esprimeva, io credo che esso non vada affossato. Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per socialismo? L'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull'altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d'oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo. {jcomments on}
 

Ultimo aggiornamento (Giovedì 11 Giugno 2009 18:17)

 

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